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sabato 28 novembre 2015

Dal libro Aria sottile di Krakauer al film Everest, storia di una tragedia annunciata



E’ ufficiale: la montagna e le scalate in quota sono ormai la moda del momento nel settore dello sport. Sugli scaffali delle librerie ci sono numerosi libri scritti da alpinisti-giornalisti e nelle sale cinematografiche il fenomeno inizia a diffondersi grazie il film Everest (2015), ambientato appunto sulla vetta più alta del mondo. E poi ci si mette pure la tv, con il reality ambientato sul Monte Bianco,
Scrivo da amante delle tranquille camminate domenicali in montagna. Il mio primissimo esordio su una montagna anni fa fu letteralmente «Io non sono fatta per la montagna», frase sospirata per tutta la durata del tragitto. Eh sì, perché la montagna richiede sicuramente passione e amore per la natura, ma anche preparazione fisica, determinazione e forza di volontà. Sulla montagna, insomma, non ci si può improvvisare. E pensare che ci sono persone – trattasi di turisti e non di professionisti – disposte a pagare migliaia di dollari per scalare le montagne più impervie del mondo, con tanto di società che, a suon di denaro contante, organizzano le ascese in gruppo, mettendo a disposizione guide alpine e tutta l’attrezzatura necessaria all’impresa.
È quello che è successo sull’Everest, nel maggio del 1996, la cui scalata da parte di alcuni gruppi di spedizioni commerciali è finita in tragedia. Gli avvenimenti sono stati raccontati dal giornalista e alpinista Jon Krakauer (già autore della biografia Into the Wild – Nelle terre selvagge, da cui Sean Penn ha tratto l’omonimo film) nel saggio-reportage Aria sottile (1997), dal quale è stato tratto il film Everest di Baltasar Kormákur.
Per proseguire con la lettura dell'articolo pubblicato sulla rivista Libreriamo, clicca qui.

lunedì 16 novembre 2015

Into the Wild, la storia di Supertramp raccontata dallo scrittore Jon Krakauer e dal regista Sean Penn


La prima volta che ho visto il film Into the Wild – Nelle terre selvagge (2007) di Sean Penn, ho provato incomprensione mista a stupore per Christopher McCandless, il giovane protagonista della storia, che racconta di una vicenda realmente accaduta. Perché mai andare in pellegrinaggio fino in Alaska per capire che «la felicità è reale sono quando condivisa», come scrive sul suo diario di viaggio? C’era bisogno di morire in solitudine in mezzo ai ghiacciai per contestare la società consumistica, salvo poi capire troppo tardi che si può cercare di migliorare i rapporti conflittuali con la famiglia? Ho dovuto rivedere il film una seconda e poi una terza volta per comprendere meglio e farmi una ragione sulle scelte di vita di Christopher. 
Ma, andiamo con ordine. Prima che questa vicenda approdasse sul grande schermo, è stato il giornalista e alpinista Jon Krakauer a far conoscere al pubblico la storia del giovane Christopher. Krakauer è un professionista e grande conoscitore delle montagne più impervie: partecipa a numerose missioni di scalata, tra cui le cime degli Arrigetch Peaks in Alaska (1974-1975), le Ande in Patagonia (1992) e l’Everest (1992). È uno dei pochi sopravvissuti alla scalata sull’Everest e sulla vicenda ha scritto prima un articolo per la rivista Outside e poi il saggio Aria sottile (1997), dal quale è stato tratto il recente film Everest (2015) di Baltasar Kormákur. 
Per sapere come Krakauer ha ha scritto Nelle terre selvagge e come Sean Penn ha realizzato l'omonimo film, cliccate qui per leggere l'intero articolo che ho scritto per la rivista Libreriamo...