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venerdì 2 novembre 2018

IL FAVOLOSO MONDO DI AMÉLIE




di Jean-Pierre Jeuneut
2001

Il favoloso mondo di Amélie, insieme a Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004) di Michel Gondry, è uno dei miei film preferiti che tratta il tema dell'amore. Sia chiaro, però, non l'amore come storia fiabesca con lieto fine.
In questi film – così come nella mia testa – l'amore autentico è quello in cui si è consapevoli dei limiti e dei difetti reciproci, e si cerca di migliorarsi per vivere bene con se stessi e il proprio compagno. L'amore è anche essere grati al proprio partner, perché accetta le nostre paure, le nostre stranezze che, viste da altri, possono essere incomprensibili.
L'amore è un codice segreto che corre tra sguardi complici che si trovano d'accordo sui dettagli della vita quotidiana. Amore è anche rispettare le diversità e le passioni dell'altro, lasciarsi spazio per poi ritrovarsi e raccontarsi, entusiasti, quello che si è fatto.
È questo l'amore che troverà Amélie, la protagonista del film di Jeuneut. Ovviamente, l'amore non si fa trovare in modo immediato, ma ci guida con indizi che semina nel tempo lungo la nostra vita e che, apparentemente, non sono collegati tra loro. Ad esempio, il fattore di svolta nella vita di Amélie, è la morte di Lady Diana alla fine dell'agosto del 1997.
Le giovane passa la maggior parte del tempo sul posto di lavoro, al “Café de deux moulins” nel quartiere parigino di Montmartre. Il bar (che esiste realmente nei pressi del Moulin Rouge ed era prossimo al fallimento, prima del rilancio grazie alla fama ottenuta con il film) è un crocevia di personaggi strampalati e grotteschi, che rappresentano la moltitudine del genere umano.
Al di fuori del lavoro, la vita di Amélie è blandamente scandita dalle visite domenicali all'anziano e silenzioso padre e dalle giornate passate in casa in solitaria.
Un giorno di fine estate, Amélie trova casualmente nel suo appartamento – dopo aver sentito la notizia della morte della principessa del Galles – una vecchia scatola contenente i ricordi d'infanzia di qualcuno. La ragazza decide di trovare lo sconosciuto, ingegnandosi per risalire ai precedenti abitanti della casa e a capire chi sia il proprietario della scatola.
Dopo aver riconsegnato l'oggetto al legittimo destinatario, Amélie si accorge che questa esperienza le ha permesso di uscire dal suo guscio di solitudine e di conoscere gente nuova. Capisce inoltre che si può rendere felice chiunque con piccoli doni o gesti. Cogliendo la gioia nelle piccole cose, la ragazza da insicura sognatrice diventa determinata e socievole.
E, dopo aver aiutato molti conoscenti, tocca ad Amélie ricevere la sua dose di felicità. Il destino la conduce, attraverso il ritrovamento di un enigmatico album che contiene pezzi di foto di sconosciuti, a un ragazzo che lavora in un sexy shop. La ragazza, libera da ogni pregiudizio, scoprirà che la realtà non è come appare e che la felicità si fa trovare solo se si è disposti a mettersi in gioco.
L'atmosfera che circonda le scene della storia è sognante e ricca di rimandi caldi e avvolgenti, come le sonnacchiose serate di fine estate che fanno desiderare l'arrivo dell'autunno. Le musiche leggiadre del compositore Yann Tiersen sono la cornice sonora ideale che completa l'aura onirica del film.
Il favoloso mondo di Amélie è un inno alla gioia di vivere, allo stupore che si prova dinnanzi ai dettagli, alla serenità come mantra di vita, in risposta alle persona negative che, troppo spesso, ci circondano. Sorridere, sorridere e, ancora sorridere.
Vi auguro di trovare sempre meno persone tristi e sempre più persone che vi facciano stare bene. E, chissà, magari tra queste ci sarà anche l'amore vero, che sbuca all'improvviso dietro l'angolo.

Dedicato a M.,
che mi fa sorridere e ridere ogni giorno.

mercoledì 25 ottobre 2017

DUNKIRK



di Christopher Nolan
USA, UK e Francia 2017


Era da molto che non mi capitava di gustare un film che mi tenesse incollata allo schermo dal primo all'ultimo istante. Ebbene, con Dunkirk sono stata accontentata: ci si ritrova col fiato sospeso sulla spiaggia di Dunkerque (al confine tra Francia e Belgio) a combattere a fianco dei soldati coinvolti nella “operazione Dynamo”, sperando fino alla fine che non muoiano.
Siamo nel 1940, in piena Seconda Guerra Mondiale, e le forze alleate – inglesi, francesi e belgi – sono reduci dalla sconfitta della battaglia di Dunkerque. I soldati si trovano intrappolati dai tedeschi, stipati sulla costa francese e senza via di fuga. L'unica soluzione per portare in salvo le truppe alleate è via mare: per questo motivo la Royal Navy (la Marina britannica) chiede ai civili in possesso di qualunque tipo di imbarcazione di attraversare il mare verso la costa di Dunkerque per imbarcare quanti più militari da portare in Inghilterra. L'esercito inglese sceglie di rivolgersi ai civili e non utilizzare le navi da guerra per lasciare queste ultime a guardia delle coste inglesi, poiché si teme un'avanzata tedesca via mare con attacco diretto all'Inghilterra.
La difficile evacuazione avrà luogo tra il 27 maggio e il 4 giugno, in un susseguirsi di difficoltà dovute ai bombardamenti tedeschi via cielo, che sganciano bombe sulle migliaia di soldati in addiaccio sulla spiaggia e sulle imbarcazioni che cercano di portarli in salvo.
La missione sembra impossibile: ci sono 338.226 uomini da portare oltremanica. Sembra anche impossibile raccontare tutto questo in meno di due ore di pellicola, eppure Nolan ci riesce alla perfezione, attraverso una sceneggiatura brevissima, poiché quasi priva di dialogo, e costituita per lo più dall'azione. Le immagini e i gesti dei personaggi guidano la storia, che si sviluppa in tre filoni, senza un vero e proprio protagonista unico.
Il primo filone è “Terra”: l'azione dura una settimana, ovvero la durata dell'intera evacuazione. Il soldato Tommy, unico sopravvissuto della sua truppa, spera di imbarcarsi dalla spiaggia, cercando di guadagnarsi un posto su una barca. L'impresa è difficile, poiché ogni soldato, spinto dall'istinto di sopravvivenza, pensa a se stesso e alla stretta cerchia dei compagni. Oltre a ciò, Tommy dovrà anche far fronte ai bombardamenti, che non solo mettono a repentaglio la vita di chi è in spiaggia, ma anche di chi si trova sulle navi che vengono sistematicamente affondate, trascinando in fondo al mare centinaia di uomini.
Il secondo filone è “Mare”, elemento naturale protagonista dell'intero film. In questo episodio, in cui l'azione si estende all'intera giornata, seguiamo le vicende del signor Dawson, un civile inglese che parte dal Dorset (a sud del Regno Unito) con la sua imbarcazione, portando con sé il figlio Peter e l'amico George. Totalmente impreparati agli orrori della guerra, il trio salverà alcuni soldati raccogliendoli dal mare. Avranno modo di vedere direttamente sulla pelle dei superstiti gli effetti, non solo fisici, ma anche psicologici, lasciati dalla battaglia.
L'ultimo filone, la cui storia dura un'ora, è “Aria”: la guerra si combatte anche via cielo, a bordo dei Supermarine Spitfire. A bordo dei caccia monoposto, i piloti Collins e Farrier cercano di contrastare gli aerei nemici con manovre spettacolari ad alta quota. I due rappresentano l'opposto dei soldati spiaggiati a Dunkerque: questi ultimi sono sporchi, affamati e sconvolti dai combattimenti faccia a faccia col nemico e sono pronti a uccidere per avere un posto per il rimpatrio; i piloti, invece, appaiono spavaldi e abili, quasi eleganti nelle loro uniformi e, forse, ignari della lotta alla sopravvivenza che avviene sulla terraferma.
Dunkirk è un film potente, capace di svelare gli aspetti più bassi della natura umana in guerra. Molto diverso dai tradizionali film hollywoodiani, in cui i protagonisti lottano per la patria e l'onore da vincitori, l'opera di Nolan mostra uomini – europei, non americani – distrutti dagli eventi e desiderosi di salvarsi la pelle, dopo una clamorosa sconfitta.

lunedì 13 febbraio 2017

CENERE (racconto inedito)



Quello che leggerete di seguito è un 'esperimento' nel quale ho deciso di fare incontrare, dopo trent'anni, due dei personaggi del libro che sto per finire di leggere in questi giorni: “Suite francese” di Irène Némirovsky.
Si tratta di un romanzo corale incompiuto (a causa della morte dell'autrice in un campo di concentramento), con un susseguirsi di personaggi che si incontrano, scontrano o si incrociano per pochi attimi nella primavera del 1941, durante l'occupazione nazista della Francia. I soldati tedeschi di istanza in Francia vengono 'ospitati' presso le abitazioni dei paesini rurali conquistati, dove sono rimaste solo le donne con i bambini, mentre gli uomini sono prigionieri o a combattere.
Bruno von Frank, ufficiale tedesco di ventiquattro anni, viene alloggiato nella villa di campagna della famiglia Angellier, a Bussy, a est di Parigi. Qui vi sono la matrona, Madame Angellier, e la nuora, la dolce Lucile. L'uomo di casa, Gaston (figlio di Madame Angellier, nonché marito di Lucile) è prigioniero in un campo in Polonia.
Mi auguro che, dall'incontro immaginario tra Bruno e Lucile che leggerete di seguito, capirete cosa fosse successo tra i due nel 1941...
P.s. Cliccando qui trovate la mia recensione del romanzo “Suite francese” di Irène Némirovsky.

Parigi, 1970
In Rue La Fayette piccole barchette gialle e arancioni, cadute dai rami rinsecchiti, si lasciavano cullare nelle pozzanghere lungo il viale alberato. Il vento pungente costringeva i passanti a sollevare il bavero dei cappotti, come fosse uno scudo per combattere il freddo al quale andavano incontro a capo chino.
Quella mattina la pioggia aveva risvegliato la città sotto un cielo plumbeo e incerto. Nonostante ciò, Lucile aveva deciso di prendere posto al solito tavolino all'aperto, il terzo a destra fuori dalla porta, sotto la fioriera di ciclamini appesa alla finestra.

Si domandava se avesse fatto la cosa giusta accettando il suo appuntamento. Chiuse gli occhi e la sua mente si riempì dei ricordi che la legavano a lui: la guerra, l'occupazione nazista, il piccolo paesino di Bussy, l'enorme villa Angellier che era costretta a condividere con la suocera e le lunghe giornate vissute nella solitudine in attesa della liberazione di Gaston. E poi, quella terribile scoperta.

Lucile spalancò gli occhi per scacciare le immagini di quel passato che ormai non le apparteneva più. In quel momento desiderò stringere tra le dita una sigaretta, anche se erano passati dieci anni dall'ultima volta che aveva fumato.
Nel frattempo, aveva ordinato un latte macchiato e, in attesa che lui facesse capolino tra la folla di passanti, stringeva tra le mani la tazza colma e bollente. Lo avrebbe di certo individuato a colpo sicuro, così alto e impettito nel suo incedere impeccabile.

Un raggio di sole, sbucato da una soffice nuvola scremata di grigio, le illuminò gli zigomi delicati. Le sue labbra si distesero al contatto con quel tocco di calore che intiepidiva la pelle sottile e increspata.
I grandi occhi scuri di Lucile schizzavano da un volto all'altro così veloci da sembrare dita impazzite che eseguono al pianoforte una melodia di Franz Liszt. Per suonare Liszt alla perfezione ci aveva impiegato quasi vent'anni, ma cogliere lui tra la folla fu un attimo.

Eccolo. Avanzava impettito e le lunghe gambe conquistavano metro dopo metro la strada verso di lei. Arrivato dinnanzi al tavolino dove Lucile era seduta, l'uomo si mise sull'attenti, mentre lei, alzandosi di scatto, per poco non rovesciò la tazza fumante.
Lucile, sei proprio tu! - le disse prendendole le mani e chinandosi in un perfetto baciamano. Lucile avvertì subito il suo timbro di voce più morbido, meno spigoloso di quello di allora.
Bruno, quanto tempo, sussurrò lei.
Sei sempre così bella, Lucile, proprio come allora.
Anche tu sei tale e quale, Bruno.

Entrambi sapevano di essere invecchiati in quei trent'anni: i lunghi capelli di lei, una volta color del miele, erano ormai scuriti dalle tinture e dal tempo, mentre la chioma sottile e bionda di lui era oggi ingrigita. Eppure, nel momento in cui si trovarono seduti l'una di fronte all'altro, fu come ritornare a quell'autunno del 1941. Lui non le aveva ancora lasciato le mani, così sottili e affusolate, quando il cameriere li riportò al presente per chiedere a Bruno cosa volesse ordinare.

Bruno liberò la presa e Lucile nascose le mani sotto al tavolo. Sembrava una bambina che riceve una bacchettata dalla maestra e prova vergogna di fronte all'intera classe.
Scusa, non volevo - le disse.
Non è niente – arrossì lei mostrandogli le mani – ma cerco di averne cura, sai, per il mio lavoro.
Si accorse subito che quanto aveva appena detto era una giustificazione banale che mal celava il suo imbarazzo, ma Bruno fu pronto a riportare la conversazione sulla giusta via.
Già, Esteban dice che sei una pianista eccezionale. E pensare che quando ci siamo conosciuti non osavi avvicinarti al pianoforte.
Eravamo in guerra – sospirò Lucile – ed era fuori discussione suonare qualsiasi musica per rispetto delle circostanze. E poi, mia suocera mi avrebbe dato il tormento. – Già, la vecchia Madame Angellier non ti ha certo reso la vita facile. Chissà di cos'altro ti avrebbe accusata se ti avesse visto suonare il piano, magari in un duetto insieme a me, erklärter Feind [nemico dichiarato].

Pronunciando quelle parole, la voce di Bruno era tornata per un attimo vigorosa e dura come quella di un tempo.
Povera Madame, non posso certo biasimarla. La casa occupata da un ufficiale tedesco e il figlio prigioniero in Polonia. I suoi silenzi, la sua paura e il distacco con cui si approcciava a te erano comprensibili.
Questo te lo concedo, Lucile, ma è stata ingiusta con te. Sin dal primo istante in cui sono entrato nella vostra casa ho notato la sua freddezza nei tuoi confronti. Dopotutto, eravate nella medesima situazione. In te avrebbe trovato un'alleata, un sostegno, e invece ti trattava come una presenza sgradevole.
Era la madre di mio marito, che altro potevo fare, allora? Mi accusava di non amare abbastanza Gaston e di non essere affranta quanto lei per la situazione. Come se non lo sapesse che mi aveva sposata solo per le ricchezze di mio padre.
Nella lettera mi hai raccontato che Gaston si è salvato…
Sì, è sopravvissuto al tifo e ha fatto ritorno a Bussy alla fine della guerra. Lui è tornato, io me ne sono andata.

Gli occhi di Lucile brillavano di orgoglio mentre ripercorreva i momenti in cui aveva detto a suo marito che lo stava lasciando, sbattendogli in faccia l'atto di acquisto dell'appartamento in città che lui aveva comprato all'amante, per giunta con i soldi che suo padre le aveva lasciato in eredità. Che stupido, Gaston, così spavaldo da pensare che lei non avrebbe mai trovato quel foglio, nascosto malamente tra le scartoffie del suo studio.

Avresti dovuto vedere la faccia di mia suocera il giorno in cui ho fatto le valige e me ne sono andata per venire qui a Parigi.
L'ho sempre saputo che dietro la tua dolcezza si nasconde un guerriero. Quando mi hai scritto che hai affrontato l'amante intimandole di lasciare l'appartamento, sono rimasto incredulo.
Vivo ancora in quell'appartamento. Ormai è la mia casa. All'inizio è stato molto difficile, avevo una rendita ma allora la città era da ricostruire. Poi, poco a poco, la vita di noi francesi è tornata alla normalità, o quasi. La distruzione, la morte dei soldati, lo sterminio dei campi, è stato tutto così disumano.
A queste parole Bruno serrò la mascella, contraendo i muscoli del collo e scaricando la tensione sulle larghe spalle. Se Lucile se ne accorse, non lo diede a vedere. Ma qualcosa, nel suo tono, si era incrinato.
 
Raccontami di te, ora. Mi hai scritto che adesso vivi in Argentina. Sono curiosa di sapere come ci sei finito, a Buenos Aires. Nella tua lettera sei stato piuttosto vago.
Dopo essere partito da Bussy, io e i miei uomini siamo stati spostati in molti altri villaggi della Francia. Vivevamo alla giornata, sempre in attesa di nuovi ordini. Alla fine della guerra sono stato rimpatriato e come è andata a finire è ormai sui libri di storia. Lucile, sappi che non smettevo di pensare a te. Avrei voluto tornare da te, non appena le acque si fossero calmate, ma non potevo certo dimenticare di avere una moglie, in Germania. Era malata, per giunta. Morì pochi anni dopo. Ero ormai consumato dal dolore, mi sentivo svuotato per tutte le brutture che avevo visto in guerra, i morti, il distacco da te e la malattia che consumò mia moglie.
Speravo, un giorno o l'altro, di poterti rivedere, Bruno. Ma di anni ne sono passati quasi trenta. Perché non sei tornato in Francia, da me, quando tua moglie morì?
E' stato molto difficile, per me, superare i traumi della guerra. Ancora oggi mi sveglio, nel cuore della notte, cercando riparo dalle granate sotto le coperte. Dopo la morte di mia moglie, mio cugino mi propose di imbarcarmi con lui per l'Argentina e, senza pensarci troppo, lo feci.
Già, chissà di quanti orrori sei stato testimone. Quanti morti – rimarcò quasi con stizza – avrai visto con i tuoi occhi. E così, in Argentina, ti sei fatto una nuova vita.
Esatto. Ho iniziato a lavorare in una fazenda e oggi sono il proprietario di una multinazionale del grano.
Ed è arrivato Esteban..
Sì, nel 1950 mi sono sposato con la figlia del proprietario di quella fazenda e nello stesso anno è nato Esteban. Viviamo in una grande casa di campagna. Sai? Dovresti venire a trovarci, potresti prenderti una vacanza.
Parigi e il conservatorio sono la mia vita. Non potrei stare un solo giorno senza il mio pianoforte e i miei allievi.

Esteban mi ha raccontato che segue le tue lezioni con entusiasmo.
Sì, se la cava piuttosto bene. Il primo giorno del corso stavo quasi per svenire quando sul registro ho letto il suo nome, Esteban von Frank. Pensai che fosse uno scherzo. Riconobbi subito il tuo cognome e in lui vidi i tuoi occhi e la tua fierezza, ma non sapevo spiegarmi come potessero appartenere a uno studente di Buenos Aires che aveva vinto una borsa di studio per Parigi.
Avresti dovuto vedere la mia faccia quando Esteban mi raccontò della sua insegnante preferita, Madame Lucile Delacroix. Anche se avevi ripreso il cognome da nubile, dalla delicatezza e dalla grazia con cui ti descrisse, capii subito che si trattava della mia Lucile.
Sei mai tornato in Germania, Bruno? – domandò lei con tono deciso.
No, ho interrotto ogni contatto con i pochi parenti che mi sono rimasti ad Hannover.

Bruno aveva nuovamente perso il morbido accento acquisito in trent'anni passati a parlare lo spagnolo.
Lucile stringeva sempre più forte la tazza ormai vuota. Sul fondo erano rimasti i granelli di zucchero che non si erano sciolti e il bordo bianco indossava una collana di impronte di tenue rossetto rosa.

A Norimberga, invece, ci sei mai stato?
Che cosa stai insinuando Lucile? Ma che ti prende? Pensavo che ti avrebbe fatto piacere incontrarmi.
L'ultima notte che hai passato a Bussy hai parlato con un tuo sottoposto al telefono e io ho ascoltato l'intera conversazione. Tu sapevi tutto, fin dal '41! Sapevi dei primi campi di concentramento, sapevi che con i tuoi ordini mandavi a morire centinaia di innocenti in Polonia e in Germania. Non voglio nemmeno pensare a quanta gente tu abbia tolto la vita. E dicevate di essere in Francia solo per tenere sotto controllo la parte occupata della nostra nazione. Balle! Hai fatto molto più di quello che mi hai lasciato credere!
Lucile, lascia che ti spieghi. Io eseguivo solo gli ordini che ricevevo dall'alto. Non ho mai...
La mano di Lucile, gelida e leggermente tremante, calò sulla bocca di Bruno.
Taci! Non voglio sentire una sola parola. Tua moglie ed Esteban sanno del tuo passato e della fuga in Argentina?

Papà! Madame Delacroix!
Una voce gioiosa che proveniva dalla strada si intromise nella conversazione, giusto in tempo per evitare a Lucile di andarsene. Esteban li raggiunse in un attimo.
Esteban! Sono felice che tu sia qui – mormorò Bruno in una contrazione che voleva essere un sorriso.
Il ragazzo prese posto al tavolino.
Immagino che tu e Madame Delacroix vi siate già raccontati molte cose. E il merito di questo incontro è mio.

Esteban gongolava in un sorriso sornione, compiaciuto per aver fatto da messaggero tra il padre e la donna presso cui era stato ospite durante la guerra. Era tanta in lui la gioia che non si accorse di quanto Bruno e Lucile fossero irrigiditi sulle sedie.
In un gioco di sguardi, in cui ciascuno cercava gli occhi dell'altro senza incrociarli, fu il cameriere a irrompere sulla scena per prendere l'ordinazione di Esteban.

Lucile, spinta dalla rabbia, colse l'occasione: mentre Esteban e Bruno rivolgevano la loro attenzione al cameriere, lei si alzò e, quasi facendosi scudo con l'uomo in piedi al tavolino, si congedò: – È stato un piacere rivederti, Bruno.
Se ne andò senza aspettare una risposta. Non poté nemmeno vedere i volti stupiti di padre e figlio che la osservarono mentre veniva inghiottita dalla folla di passanti di Rue La Fayette.

lunedì 28 novembre 2016

Suite francese, il nazismo, la guerra e la fuga raccontati da Irène Némirovsky



Il romanzo che ho tra le mani, e che ho appena finito di leggere, viene da molto lontano. Quest'opera è frutto della vita travagliata e al contempo brillante di una donna di grande intelletto. Il manoscritto ha attraversato la Seconda Guerra Mondiale ed è rimasto chiuso in una valigia per decenni, finché la figlia dell'autrice si è decisa ad aprirla per visionarne il contenuto.
Si tratta di Suite Francese di Irène Némirovsky (1901-1942). Figlia di un ricco banchiere ebreo di Kiev, Irène passerà l'infanzia tra una vita agiata e numerose fughe (dall'Ucraina alla Russia, dalla Finlandia alla Svezia e, infine, la Francia) a causa dei Soviet che perseguitarono il padre.
Trova una stabilità a Parigi, dove si laurea alla Sorbona, iniziando a scrivere, giovanissima, racconti e romanzi. Introdotta nei salotti letterari francesi, donna colta e poliglotta, sposerà un ingegnere russo e si convertirà al cattolicesimo. Diviene una scrittrice in lingua francese affermata e riconosciuta, ma questo non le basterà per ottenere la cittadinanza francese, che il governo Vichy della Francia occupata dai nazisti le rifiutò.
Sarà vittima, come migliaia di ebrei, delle leggi antisemite e costretta a portare la stella gialla cucita sugli abiti. Subirà la censura e le sue opere non saranno più pubblicate. Il tragico epilogo, nell'estate del '42, quando sarà deportata ad Auschwitz, dove morirà, probabilmente per malattia, il 17 agosto. Analoga sorte per il marito, che verrà deportato in ottobre nello stesso campo di sterminio e ucciso nelle camere a gas. La coppia riesce a salvare le due figlie, Denise ed Elisabeth, affidandole a una coppia di amici e cambiando loro identità.
Se volete leggere l'intero articolo e scoprire il romanzo incompiuto di questa grandiosa intellettuale, cliccate qui sul link di Libreriamo..

giovedì 24 dicembre 2015

Il profumo: dal libro di Patrick Süskind al film di Tom Tykwer


Il profumo (1985) di Patrick Süskind è un romanzo drammatico e cruento che racconta la tormentata vita del giovane e solitario Jean-Baptiste Grenouille, nella Francia del Settecento.
La narrazione è particolare perché l’autore esalta al massimo le descrizioni olfattive, che arrivano dal naso del protagonista, piuttosto che quelle visive a cui il lettore è di solito abituato.
Sia Martin Scorsese che Stanley Kubrick si sono interessati alla singolare storia ma non sono riusciti a ottenere i diritti cinematografici, che Süskind ha concesso solo nel 2001 al regista Tom Tykwer, il quale ha girato il film dal titolo Profumo – Storia di un assassino, uscito nel 2006.
Il protagonista è appunto Jean-Baptiste (Ben Whishaw nel film), un ragazzo povero la cui esistenza è segnata dalla malasorte fin dalla nascita: la madre, una pescivendola parigina, lo dà alla luce sotto il banco del pesce al mercato e lo abbandona tra i rifiuti. Il neonato sopravvive e la madre viene impiccata con l’accusa di infanticidio. Jean-Baptiste viene affidato all’orfanotrofio dell’avida Madame Gaillard che, dopo anni, lo vende al proprietario di una conceria.
Sempre solo, indifferente agli altri e immune ai sentimenti, il piccolo lavora come uno schiavo fino all’adolescenza. Jean-Baptiste è però dotato di un dono, che è anche una condanna: possiede una fortissima sensibilità agli odori altrui ma non percepisce il proprio odore, e questo lo rende incapace di provare emozioni. Crescendo, imparerà a potenziare il suo dono e a distinguere gli odori e discernere i profumi dagli olezzi di una Parigi sommersa dai rifiuti. 
Per proseguire la lettura dell'articolo completo cliccate qui, sulla rivista Libreriamo.