mercoledì 1 aprile 2020

LA MIA VITA DA ZUCCHINA



di Claude Barras
2016

Preparate i fazzoletti perché questo film d'animazione vi farà sicuramente commuovere. Dura poco più di un'ora, ma il prezioso capolavoro di Claude Barras è un vero toccasana per l'anima.
Le atmosfere e le fattezze dei personaggi create da Barras, che utilizza la tecnica stop-motion, ricordano molto i lavori di Tim Burton, come The Nightmare Before Christmas (1993) e Frankenweenie (1984).
L'impatto visivo è notevole: anche se gli ambienti sono cupi e grigi, ci pensano i colori sgargianti con cui sono fatti i personaggi a rallegrare e dare speranza.
Protagonista di questa storia è un bambino di nome Icare, che si fa chiamare da tutti “Zucchina”, nomignolo che gli è affibbiato dalla madre. La donna passa le giornate a bere birra davanti alla tv, mentre Zucchina gioca nella sua tetra cameretta con gli unici oggetti che possiede: un aquilone, su cui ha disegnato la sagoma del padre (che se ne è andato, abbandonandolo), e le lattine di birra vuote che la madre getta a terra e che il piccolo utilizza per fare costruzioni.
Nonostante la pessima situazione in cui è costretto a vivere, Zucchina, come ogni altro bambino farebbe, vuole bene sia alla madre che al padre assente.
A seguito di un incidente, il piccolo rimane però solo al mondo e viene mandato in una casa-famiglia, con la promessa da parte del poliziotto che ha seguito il suo caso di andare a trovarlo regolarmente.
Nella struttura si vive modestamente, eppure Zucchina può contare sul buon cuore e la gentilezza della direttrice e della coppia di insegnanti che vivono lì.
Poco per volta, il piccolo Zucchina imparerà a conoscere gli altri bambini ospiti, non senza qualche difficoltà iniziale. Come chiunque abbia subìto un trauma o sia stato maltrattato, ciascun piccolo ospite guarda con curiosità e timore il nuovo arrivato e, dal canto suo, anche Zucchina all'inizio fatica a capire alcuni comportamenti dei suoi compagni.
Poco per volta, i bambini si aprono al nuovo arrivato, che inizialmente appare ai loro occhi un po' strano poiché stringe in mano il suo aquilone e una lattina di birra dicendo che sono tutto quello che possiede di suo padre e sua madre.
Alla malinconia di Zucchina si somma il racconto delle tristi vicende che hanno portato ogni piccolo ospite nella struttura: chi ha i genitori tossicodipendenti, chi in prigione e chi rimpatriati al Paese d'origine, chi, ancora, ha subìto abusi.
Il loro passato familiare condiziona il loro presente: Béatrice, che corre alla porta speranzosa che la madre sia venuta a prenderla ogni volta che sente un'auto arrivare, oppure Alice che ha gesti ossessivo-compulsivi e nasconde coi capelli una cicatrice in volto per le violenze subite dal padre, o ancora Simon che tende a essere prepotente.
Zucchina sembra finalmente trovare un po' di serenità: il buon poliziotto gli fa visita regolarmente, il gruppo dei compagni si fa affiatato e arriva una nuova bambina nella struttura, Camille (con un passato terribile alle spalle), che fa breccia nel cuore del piccolo protagonista.
Quando però Camille verrà portata via da una perfida zia, che la vuole con sé solo per percepire dei soldi, Zucchina e i piccoli amici escogiteranno un piano per salvarla e che porterà Zucchina e Camille stessi a un lieto fine inaspettato.
C'è un persistente alone di tristezza che caratterizza tutto il film e che fa provare dispiacere per tutti i piccoli abitanti della casa-famiglia, poiché non ci sono sconti per nessuno, non importa quanto piccoli siano. Mai il lieto fine è così atteso come per questa storia, che lascia comunque la speranza, racchiusa nell'intelligenza e nel candore dei bambini.
I momenti più commoventi sono alleggeriti da scene divertenti, soprattutto quando i piccoli ospiti discutono e danno opinioni su cosa succede agli adulti quando fanno sesso e sull'anatomia femminile e maschile. Nessuna favoletta della cicogna: questi bambini sono pratici e concreti e non usano giri di parole come magari farebbero altri cresciuti sotto una campana di vetro. In tal senso, un plauso al regista per aver affrontato in questa maniera il tema della sessualità.
La mia vita da zucchina è stata realizzato impiegando due anni di preparazione e lavoro, otto mesi di riprese fatte in sessanta set e con oltre cinquanta pupazzi fatti a mano con la plastilina.
Questo lavoro è valso due prestigiose nomination come miglior film d'animazione, una per gli Oscar e una per i Golden Globe.
Un film d'animazione che consiglio a tutti, soprattutto ai grandi.

mercoledì 26 febbraio 2020

LA CITTA' INCANTATA


di Hayao Miyazaki
2001

Il geniale Miyazaki firma uno dei più bei capolavori prodotti dallo Studio Ghibli con il film d'animazione La città incantata.
Grazie alla sua incantevole poesia, il lavoro di Miyazaki ha vinto l'Orso d'oro al Festival di Berlino (2002) e l'Oscar come miglior film d'animazione (2003).
La città incantata è una storia senza tempo che ricalca i romanzi di formazione, narrando l'incredibile avventura che segna il passaggio dall'infanzia all'adolescenza della tenace Chihiro.
Per la ragazzina si prospetta un'estate di cambiamenti: si sta trasferendo con i genitori in una nuova città e sta affrontando un lungo viaggio in auto per raggiungere la nuova casa.
Durante il tragitto il padre si inoltra, perdendo la strada, in un sentiero tra i boschi che termina in un tunnel.
Chihiro ha un brutto presentimento e insiste per tornare alla macchina e andarsene da quel posto, ma i genitori la ignorano e, come Alice nel Paese delle Meraviglie, si addentrano incuriositi nel passaggio oscuro. Alla fine del tunnel trovano un luogo desolato che scambiano per un parco divertimenti abbandonato.
I genitori della ragazzina si aggirano per le vie di questo posto misterioso e trovano una serie di ristoranti, dove abbonda cibo prelibato. Senza pensarci, i due si avventano sulle ciotole colme, abbuffandosi, mentre Chihiro continua a camminare. All'improvviso, compare un ragazzo che la ammonisce e la invita ad andarsene subito da quel posto.
La ragazza ritorna sui suoi passi alla ricerca dei genitori, ma avrà una brutta sorpresa: essi si sono trasformati in maiali. Inoltre, le strade abbandonate si stanno popolando di yōkai, ovvero gli spiriti tipici della cultura giapponese. Ma non solo: con grande orrore Chihiro si accorge che sta diventando invisibile e sta per scomparire.
Il provvidenziale intervento del misterioso ragazzo che poco prima l'aveva esortata a fuggire salverà Chihiro. Haku – questo il nome del ragazzo – le dà una bacca da mangiare e presto Chihiro si materializza del tutto.
Haku le spiega che si trova in un complesso termale frequentato dagli spiriti e diretto dalla strega Yubaba. Chihiro, in quanto umana, corre il pericolo di essere catturata, trasformata in maiale e diventare parte del banchetto destinato agli yōkai.
L'unico modo per Chihiro di salvarsi è di farsi assumere come inserviente nelle terme e, nel frattempo, pensare a un piano per liberare i genitori.
Chihiro si dimostrerà molto determinata con la perfida Yubaba e otterrà il posto di lavoro. Qui Chihiro avrà modo di maturare velocemente, guadagnandosi da vivere come le altre sue colleghe più grandi. Conoscerà una moltitudine di spiriti e strani avventori delle terme e lavorerà sodo per mantenere segreta la sua identità di umana.
Il tempo passa e la ragazzina non ha nessuna idea di come liberare i genitori. La svolta ci sarà con l'arrivo di Zeniba, sorella gemella di Yubaba. La situazione precipita presto perché Zeniba rapirà il figlio di Yubaba e Haku cadrà vittima di una maledizione per aver rubato un prezioso sigillo a Zeniba.
Chihiro si offre di riportare a casa il figlio di Yubaba, chiedendo in cambio la libertà per i suoi genitori. Ha inoltre intenzione di riportare a Zeniba il suo sigillo, implorandola di dare ad Haku un antidoto.
Riuscirà questa tenace bambina, ormai divenuta una giovane ragazza intraprendente e coraggiosa, nella sua impresa?
Per saperlo, vi consiglio di guardare questo splendido film d'animazione, in cui Miyazaki racconta con delicatezza il momento in cui i figli si rendono indipendenti dai genitori e che, a volte, sono i figli a doversi prendere cura di loro.

martedì 29 ottobre 2019

JOKER


di Todd Phillips
2019
[contiene spoiler]

Se non daranno l'Oscar a Joaquin Phoenix mi arrabbierò. E molto. La sua interpretazione in Joker è a dir poco magnifica e struggente.
Al di là del legame che il personaggio ha con il mondo dei fumetti e dei super-eroi – mondo che, personalmente, non mi ha mai attirato (ma, del resto, de gustibus non est disputandum) – questo film rappresenta un capitolo a sé che chiunque può guardare anche senza saper nulla riguardo Batman e compagnia bella.
Lo scopo del regista è di raccontare le origini di Joker, acerrimo nemico di Batman, eppure la storia della trasformazione di Arthur Fleck da psicolabile emarginato a folle re del crimine di Gotham City è un racconto a sé stante, che narra di emarginazione sociale, degrado urbano e violenza.
Già dall'inizio si percepiscono tensione e angoscia attorno al protagonista, un aspirante cabarettista fallito di Gotham (oscura metropoli che rappresenta la versione più torva dei bassifondi di New York) con disturbi mentali che ripiega sul lavoro di clown per sopravvivere.
Immediatamente arriva la prima scena di violenza selvaggia, con il pestaggio di Arthur, da parte di alcuni teppisti, degno dei Drughi di Arancia Meccanica (1971, Stanley Kubrick).
La violenza sembra essere l'unico linguaggio per comunicare il malessere delle fasce più povere della popolazione di Gotham, in cui ferve la campagna elettorale per l'elezione del nuovo sindaco.
Il candidato favorito è Thomas Wayne (padre del piccolo Bruce, futuro Batman), ricco e sprezzante uomo d'affari presso cui in passato lavorò a servizio la madre di Arthur, Penny.
La donna, che vive insieme al figlio in uno squallido appartamento il cui focolare è la tv perennemente accesa, scrive continuamente lettere a Thomas Wayne, chiedendogli un aiuto economico e vive ingenuamente nell'illusione che un giorno le risponderà.
L'unico che si prende cura della madre in modo amorevole è Arthur che, tra un incontro con lo strizzacervelli e squallide esibizioni da clown che non fanno ridere nessuno, condivide con lei la passione per lo show televisivo condotto da Murray Franklin. L'aspirazione di Arthur è diventare un grande comico come Franklin. Arthur ancora non lo sa ma, ben presto, diventerà molto più famoso di lui proprio grazie al suo programma.
La misera vita di Arthur non potrebbe andare peggio, dopo che sono stati annunciati tagli ai servizi sociali e dovrà quindi rinunciare alla sua terapia e ai farmaci.
Ma il peggio arriva con il licenziamento: viene infatti scoperto con una pistola durante un'esibizione per piccoli pazienti in ospedale e il suo capo lo caccia. Di ritorno a casa sulla metro, Arthur viene bullizzato da tre ragazzi in giacca e cravatta (una vera e propria reincarnazione dei Drughi di Kubrick, a mio avviso) che lo pestano selvaggiamente. Ma, all'improvviso, bang!
Arthur spara senza pietà ai tre damerini e fugge, con il volto ancora dipinto da pagliaccio per l'esibizione in ospedale. La polizia diffonde l'identikit del misterioso assassino con il volto di clown che, forte del fatto che i tre assassinati lavoravano per Wayne, diventa subito il simbolo della lotta contro il candidato sindaco da parte dei poveri di Gotham. L'assassino viene osannato come eroe dai manifestanti, che indossano maschere da clown durante le sommosse.
Dopo il triplice omicidio, Arthur guadagna fiducia in se stesso e la vita, finalmente, gli sorride: esce con Sophie, ragazza-madre che abita nel suo palazzo, si esibisce in un numero di cabaret in un locale e il suo idolo, Murray Franklin, lo invita a partecipare al suo show in tv.
Tuttavia, la situazione precipita nuovamente quando Arthur, per caso, legge una delle lettere che la madre scrive a Wayne. Apprende che Wayne è il suo vero padre e decide che è giunto il momento di riscuotere quanto gli spetta per essere il figlio del candidato sindaco di Gotham.
Arthur riesce a incontrare l'uomo e a spiegargli chi è, tuttavia il suo entusiasmo viene raggelato con le inaspettate rivelazioni di Wyane: Penny aveva disturbi mentali e adottò Arthur nella speranza di farlo passare per figlio illegittimo di Wayne e avere un tornaconto economico. Ma non è tutto: indagando sul passato della madre, Arthur scopre che fu internata in manicomio e, in seguito, permise al suo fidanzato di abusare di lui. Chi non sarebbe sconvolto dopo aver appreso questo sulla propria madre?
Eppure, il regista riesce a insinuare un dubbio sulla veridicità dei fatti: e se Arthur fosse veramente il figlio illegittimo di Wayne e Penny fosse stata internata per insabbiare l'accaduto? Se così fosse, Joker e Batman sarebbero fratellastri, uno cresciuto nell'agio e l'altro nella povertà.
Potrebbe essere, a mio avviso, un'ipotesi plausibile, dato che a un certo punto la realtà e la fantasia si confondono: scopriamo che Arthur non ha mai avuto nessuna relazione con Sophie e quindi, come facciamo a essere sicuri che tutto quello che abbiamo visto fin'ora sia realmente accaduto e non sia frutto dei desideri e della mente folle di Arthur?
Quello che è certo è che Arthur crede alla versione di Wayne e decide di mettere in atto un folle piano da cui nessuno dovrà uscirne vivo.
Da insicuro clown, Arthur si trasforma in Joker, spavaldo omicida dai capelli verdi in completo rosso che gira per le strade in subbuglio di Gotham, inseguito da poliziotti inetti che se lo lasciano sfuggire.
La sua trasformazione è straordinaria, e non mi riferisco solo all'aspetto esteriore: il camaleontismo dell'espressività di Joaquin Phoenix è da Oscar!
Joker è ormai diretto verso la meta finale, gli studi televisivi dello show di Franklin, il quale è ignaro che la sua fine è vicina.
Dopo aver messo in scena un omicidio in diretta, per la gioia dello share, Joker viene eletto a idolo delle folle in rivolta e osannato come capo assoluto di Gotham.
Fuggito dal manicomio in cui tentanto di internarlo, inizia così la leggenda del Joker che tutti conosciamo.
Eppure, non si dissolve il dubbio che possa essere tutto frutto della mente distorta di Arthur.
Possibile che Murray lo abbia veramente invitato al suo show? Ha davvero avuto il coraggio di sparare ai tre damerini nella metro? La folla lo ha aiutato a fuggire dalla polizia, osannandolo come una divinità eretta sul cofano della volante distrutta da alcuni manifestanti mascherati?
L'ipotesi è avvalorata dalla scena finale, quando un'assistente sociale del manicomio gli chiede di raccontale la barzelletta che lo fa tanto ridere e lui le risponde che non la capirebbe. A questa parole si alternano le immagini dell'omicidio di Wayne e della moglie in un vicolo a opera di un manifestante mascherato da Joker, sotto gli occhi del piccolo Bruce. Subentra poi la voce soave di Frank Sinatra che canta That's Life accompagnando i passi che lasciano impronte insanguinate di Joker che corre tentando la fuga dal manicomio.
Siamo sicuri che “il” Joker sia effettivamente Arthur Fleck?

giovedì 29 agosto 2019

IL TALENTO DI MR RIPLEY


di Patricia Highsmith
1955

Patricia Highsmith, con questo romanzo, è riuscita a creare un personaggio immortale, quasi un prototipo del geniale imbroglione. Tom Ripley è timido ma scaltro, bugiardo, anonimo tanto da passare sempre inosservato, non spicca ma sa farsi valere e quando vuole qualcosa la ottiene, non importa come. Il suo cinismo lo porterà dall'essere un piccolo truffatore a ricco uomo di mondo.
Tom è un giovane newyorkese che vive modestamente, senza un impiego fisso. Piuttosto che lavorare come qualsiasi comune mortale, si ingegna per vivere di rendita grazie a piccole ma numerose truffe agli uffici statali e alle banche.
La sua vita è ben lungi dall'essere tranquilla: è costantemente paranoico, terrorizzato di essere seguito da qualche truffato o dalla polizia. È per questo motivo che accetta volentieri l'incarico di Herbert Greenleaf, un ricco uomo d'affari, il cui figlio, Dickie, se la sta spassando in Italia tra vita mondana, aperitivi e gite in barca, senza avere intenzione di rientrare in America per lavorare nell'azienda di famiglia.
Greenleaf, convinto da Tom che questi sia un caro amico del college di Dickie, gli offre un compenso e un viaggio spesato nel Bel Paese per convincere il figlio a ritornare a casa.
Ripley raggiunge così Mongibello, un paesino di invenzione della scrittrice e che si trova in provincia di Napoli. Attraverso una serie di bugie e sotterfugi, Tom si approccia a Dickie e alla sua fidanzata Marge, facendogli intendere di avere frequentato le stesse scuole e la stessa cerchia di amici a New York. Tom non lascia nulla al caso: si è documentato in modo accurato su luoghi e persone e ha pianificato ogni battuta del copione che recita con Dickie.
Dopo aver conquistato la fiducia del giovane rampollo, Tom si ambienta a Mongibello e si abitua allo stile di vita italiano, passando le giornate in ozio tra bagni di sole, aperitivi e gite in barca.
Il rapporto tra Tom e Dickie si fa sempre più stretto, tanto che Tom inizia morbosamente a desiderare di essere Dickie. Chi non accetta l'invasione di Tom, che nel frattempo si è stabilito nella casa di Dickie, è invece Marge, che nutre nei suoi confronti sospetto e gelosia.
I due ragazzi trascorrono infatti sempre più tempo insieme, passando anche alcune notti fuori Mongibello. Tom, ben lontano dal riportare a casa Dickie, è intenzionato a sfruttare al massimo i soldi del giovane ricco e del signor Greenleaf.
La preoccupazione di Marge per la pessima influenza di Tom su Dickie accresce sempre più, fino a trasformarsi in vera e propria disperazione quando Tom fa ritorno da una gita a Sanremo senza Dickie. Ripley spiega alla ragazza che il fidanzato ha deciso di fermarsi a Roma e che ha bisogno di stare da solo.
Menzogna dopo menzogna, Tom Ripley costruisce una storia per giustificare l'assenza di Dickie e coprire le tracce del misfatto compiuto per sbarazzarsi dell'amico. Quello che rimane di Dickie sono due anelli che portava sempre e che, da adesso, sono indossati da Tom.
Ecco che inizia così la seconda parte del romanzo, ambientata prima a Roma e poi a Venezia.
Tom, grazie alla rendita che incassa al posto di Dickie, prende casa in uno splendido palazzo nella capitale e inizia a vivere l'esistenza che ha sempre sognato: una vita solitaria fatta di mostre d'arte, passeggiate tra i monumenti, ristoranti e serate passate a suonare il pianoforte.
C'è qualcosa di inquietante in Tom, poiché non solo si sostituisce a Dickie, ma ne assimila anche i modi di fare, la parlata e la postura, oltre che a indossare i suoi vestiti.
Nonostante la ricchezza raggiunta, la paranoia prende nuovamente il sopravvento su Tom. A quanto pare, per i giovani rampolli amici di Dickie l'Italia è il must per passare le vacanze e sperperare i soldi dei genitori. Sembra che tutti loro siano alla ricerca di Dickie, che non si è presentato ad alcuni eventi mondani per lui irrinunciabili, come l'annuale raduno per sciare a Cortina.
Un giorno, alla porta di Tom/Dickie si presenta Freddie Miles, che ha scovato l'indirizzo dove l'amico alloggia a Roma. Per Tom diventa complicato tenere a bada Freddie, che non crede alla storia inventata dal ragazzo per giustificare l'assenza dell'amico. La situazione si complica ulteriormente con l'arrivo sia di Marge, intenzionata ad avere da Dickie delle spiegazioni sulla loro rottura, che della polizia che sta indagando sul ritrovamento di una barca con tracce di sangue rinvenuta a Sanremo.
Tom si sente in trappola: deve fingere con Freddie e Marge per coprire l'assenza di Dickie e, al contempo, recitare la parte di Dickie con la polizia, che lo crede coinvolto nell'omicidio di Tom.
Le abilità istrioniche di Tom/Dickie si sviluppano in un crescendo di suspense che coinvolge il lettore, travolgendolo nelle imprese di Ripley al limite del possibile per non essere smascherato.
Sebbene sia un personaggio con valenza negativa, è spontaneo tifare per Tom Ripley, il quale suscita soprattutto empatia per il modo in cui si cruccia nella sua aspirazione di voler far parte di un mondo snob ed elitario, le cui persone però intuiscono le sue umili origini e le sue mire, non accettandolo così del tutto.
Eppure Tom si ostina nel suo obiettivo, arrivando a compiere omicidi e raggiri, che lo porteranno a rifugiarsi a Venezia. Marge, altrettanto caparbia e sfiduciata dal lavoro della polizia, gli resterà alle costole, coinvolgendo nelle ricerche il padre di Dickie e un investigatore privato. Riuscirà Ripley a farcela anche questa volta?
Questo thriller psicologico si legge tutto d'un fiato, nonostante il ritratto dell'Italia che ne emerge sia poco edificante e stereotipato. La trama è ben congegnata e le azioni si sviluppano in un crescendo incalzante.
Il successo del personaggio letterario di Ripley è stato tale che Patricia Highsmith ha scritto altri quattro romanzi incentrati su di lui: Il sepolto vivo (1970), L'amico americano (1974), Il ragazzo di Tom Ripley (1980) e Ripley sott'acqua (1991). Anche le numerose trasposizioni cinematografiche hanno contribuito a rendere famoso sia il protagonista che la scrittrice, già molto amata dal regista Alfred Hitchcock che traspose il suo primo romanzo, Sconosciuti in treno (1950), nel film L'altro uomo (1951).






mercoledì 29 maggio 2019

IL RICHIAMO DELLA FORESTA



di Jack London
1903

Sono sempre più convinta che frequentare un gruppo di lettura sia estremamente stimolante.
È vero, comodini e scaffali di casa sono già invasi da cataste di libri in attesa di essere letti, ma una volta al mese è anche interessante uscire dai propri schemi e preferenze di genere, per dedicarsi a quei piccoli ma grandi tesori che la letteratura – soprattutto del passato – ci ha regalato e che magari ancora non abbiamo scoperto.
E così, puoi scoprire che un romanzo tanto noto, quanto personalmente ignorato, è bellissimo e ti maledici un po' per non averlo letto prima.
Sto parlando de Il richiamo della foresta di Jack London.
Il romanzo narra delle vicende e della sorprendente trasformazione di Buck, giovane esemplare di incrocio tra San Bernardo e Pastore Scozzese, che assomiglia a un gigantesco lupo. Buck vive nell'assolata California, nella fattoria del giudice Miller. Tra tutti i cani che vi abitano, Buck è il preferito e si muove indisturbato in ogni angolo della magione, scorrazzando libero, ma consapevole di avere un rifugio, coccole e un pasto caldo che lo aspettano ogni giorno.
Siamo nel 1897 e impazza la corsa all'oro nel Klondike, una remota e inospitale regione del Canada Nord Occidentale in cui gente da ogni parte del mondo si riversa per conquistarsi l'agognato metallo prezioso. Indispensabile per ogni cercatore d'oro è avere una muta di cani da slitta, unico mezzo all'epoca disponibile per percorrere le distese di ghiacciai.
Il giardiniere del giudice Miller rapisce Buck e lo vende a un trafficante di cani che, a sua volta, lo rivende a un temibile addestratore, ribattezzato “l'uomo dal maglione rosso”. Buck è costretto a subire ogni tipo di maltrattamento e violenza, ma la sua tempra gli permette di resistere alle angherie e di mostrare tutta la sua forza.
Non solo il rapporto con gli umani è terribile. Non vi è pace nemmeno tra il gruppo di cani da slitta cui Buck entra a far parte durante l'addestramento: il più forte sopravvive, il più debole muore. Il duro addestramento deve preparare la muta a resistere alle condizioni di vita più estreme.
Buck riesce ad affermarsi nel branco e a diventare il cane in testa alla slitta, un posto riservato solo al più forte.
Dopo essere passato per diversi padroni in cerca di oro, Buck passa a John Thornton, anch'egli in cerca di fortuna ma, diversamente da tutti gli uomini incontrati fino a ora, con un lato umano. Tra il cane e Thornton si instaura da subito un legame fortissimo di lealtà e affetto, tanto che Buck salverà la vita al padrone in diverse occasioni, dimostrandosi fedele e pronto a sacrificarsi.
In viaggio verso una miniera d'oro abbandonata, Buck sembra avere finalmente trovato il giusto equilibrio: una vita all'aria aperta, a contatto con la natura, ma al fianco di un padrone che lo ama e dal quale far sempre ritorno a fine giornata.
In realtà, qualcosa si muove in Buck: l'attuale condizione non è un punto di arrivo, ma uno snodo verso un'ulteriore evoluzione. Buck, a contatto con la foresta che ogni giorno esplora sempre più a fondo, inizia a sentire un richiamo, dapprima lontano e indistinto, che si fa velocemente più chiaro e nitido.
Il cane capisce che è inevitabilmente attratto dagli spazi più reconditi e oscuri della macchia verde, nella quale si spinge sempre più a fondo, allontanandosi per giorni interi dall'accampamento di Thornton. Qui, l'istinto primordiale di Buck si amplifica fino all'apice con l'uccisione di un gigantesco alce.
Di ritorno all'accampamento, Buck scopre che il padrone è stato brutalmente ucciso dai nativi americani. Ecco il punto di rottura con qualsiasi legame con l'uomo: accecato dalla sete di vendetta, Buck stanerà gli assassini di Thornton e scaglierà contro di loro tutta la sua furia omicida, fuggendo poi nella foresta.
Inizia così la leggenda del temibile lupo che domina la vallata, imbattibile e libero.
Appena terminata la lettura, ho provato dispiacere per il destino di Buck, privato dell'amore di Thornton e di una vita in perfetto equilibrio, tra natura e addomesticamento. Poi però, dopo averne ampiamente discusso con il gruppo di lettura, ci ho ripensato: il finale è quello giusto per il protagonista. L'istinto primordiale stimolato dalla foresta va assecondato, poiché risiede nella natura stessa di Buck e non deve essere represso.
Tolto dal suo contesto nativo di agio e comodità dal giudice Miller e trovatosi nella natura più selvaggia ed estrema, Buck si è abilmente – e non senza difficoltà – adattato alle circostanze, dimostrando il suo valore, consapevole che non si può tornare indietro e riavere la vita di prima alla fattoria. E di questo, deve esserne consapevole, seppure a malincuore, anche il lettore.