lunedì 11 luglio 2016

Julieta, storia di una donna da Alice Munro a Pedro Almodóvar


L’atteso film di Pedro Almodóvar – ispirato a tre racconti della raccolta In fuga (2004) del Premio Nobel Alice Munro – è finalmente nelle sale cinematografiche e io, da amante di questo regista, mi sono fiondata a vederlo. E, quando vai a vedere un suo film, sai già cosa ti aspetta: storie di donne, storie di solitudine, relazioni complicate e uno scavare profondo nell’anima dei personaggi.
Tuttavia, Almodóvar riesce sempre a stupire proponendo delle storie che non annoiano, caratterizzate da sorprese e colpi di scena. Inoltre, a mio parere, la calda e confortevole ambientazione latina delle vicende favorisce l’immedesimazione nei personaggi, che paiono molto più vicini rispetto a quelli interpretati dai divi hollywoodiani.
E pensare che inizialmente, nel 2009 (anno in cui Almodóvar acquistò i diritti di In fuga), per la parte di Julieta era stata scritturata Meryl Streep e il regista aveva pensato di girare le scene tra il Canada (dove sono ambientati i racconti di Alice Munro) e New York. Ma il regista, poco propenso a scrivere una sceneggiatura in inglese, abbandonò l’idea e per anni accantonò il progetto del film.
Tempo dopo, spinto dai suoi collaboratori, Almodóvar decide di rimettere mano al lavoro ma di ambientare la storia in Spagna, a Madrid, di scrivere la sceneggiatura nella sua madrelingua e scritturare attrici spagnole, meno note al grande pubblico internazionale.
Almodóvar scrive la storia di Julieta ispirandosi a tre dei racconti presenti nella raccolta In fuga: Fatalità, Fra poco e Silenzio. Inizialmente decide di intitolare il suo lavoro Silencio (Silence in inglese) ma, in post-produzione, cambia idea per evitare che venga confuso con Silence di Martin Scorsese, anch’esso in uscita nel 2016. L’opera ultimata prende il titolo dal nome della protagonista, Julieta per l’appunto.

Julieta (Emma Suàrez nel film) è una donna di mezza età che vive a Madrid e sta per trasferirsi in Portogallo con il fidanzato. È tutto pronto per la partenza e ogni oggetto di casa sua è imballato negli scatoloni. Julieta sembra decisa ad abbandonare per sempre Madrid, una città piena di dolorosi ricordi e dove ha passato parte della sua vita.
Per scoprire l'intera vicenda di Julieta, cliccate qui per proseguire la lettura sulla rivista Libreriamo.. 

mercoledì 8 giugno 2016

FUOCOAMMARE



di Gianfranco Rosi
Italia, 2016

Un anno intero passato a vivere su un lembo di terra di 20 km² in mezzo al mar Mediterraneo e con una telecamera in spalla, a filmare la vita degli isolani e gli sbarchi degli immigrati. È così che nasce Fuocoammare, il documentario di Gianfranco Rosi che racconta di Lampedusa.
Lampedusa, isola molto più vicina alle coste africane che non a quelle italiane, è certamente nota a tutti per gli sbarchi dei profughi che fuggono da molti Paesi dell’Africa e che raggiungono proprio quest’isola ubicata nel Canale di Sicilia alla ricerca della salvezza.
Rosi ha girato personalmente tutte le scene, senza l’aiuto di nessuna troupe. Solo lui, la telecamera e l’isola nella sua purezza. Ha scelto di raccontare la vita degli abitanti di Lampedusa attraverso le vicende del piccolo Samuele, un bambino che proviene da una famiglia di pescatori.
Samuele è molto diverso dai bambini iper-tecnologici a cui siamo abituati oggi. Niente tv, cellulare o videogiochi. Gli bastano pochi oggetti per costruire una fionda e divertirsi con l’amico, in mezzo alla natura, a dare la caccia agli uccelli.
Samuele rappresenta la genuinità di una popolazione che da vent’anni a questa parte si sta facendo carico di una tragedia che pare essere senza fine e senza soluzione. Eppure, Samuele non incontra mai nessun immigrato o, almeno, durante il periodo delle riprese. Il mezzo con cui lui e la sua famiglia si tengono aggiornati è la radio locale, che trasmette musica e notizie relative agli sbarchi.
È proprio alla radio che la nonna di Samuele, instancabile massaia che prepara manicaretti, affida una dedica con l’augurio che le condizioni meteo migliorino e i pescatori possano lavorare in mare. Chiede di ascoltare una canzone siciliana che si intitola “Fuocoammare”. Già in precedenza questa parola, “fuocoammare” ovvero il mare che va a fuoco, era stata evocata proprio da lei, quando racconta al nipote che ai tempi della Seconda Guerra Mondiale – quando Lampedusa era avamposto delle forze armate per la sua posizione centrale nel mar Mediterraneo – i bombardamenti riflettevano sul mare dei bagliori rossi come il sangue.
Nella vita della famiglia di Samuele non ci sono tv e programmi-spazzatura che puntano a spettacolarizzare la tragedia per far salire gli ascolti e che ci riempiono la testa di informazioni faziose o distorte, piene di pregiudizi. C’è solo lo sguardo innocente che vede senza filtri la situazione per quella che è (e che il regista sceglie di farci vedere). Eppure, un piccolo “difetto” c’è: Samuele ha un occhio “pigro”, che non vede bene come dovrebbe e saprebbe fare perché non manda le immagini al cervello. L’oculista prescrive al bambino un paio di occhiali e un occlusore, con il quale oscurare l’occhio sano per costringere l’occhio pigro a lavorare e recuperare la vista.
Questo dell’occhio potrebbe essere un fatto come un altro nella vita del ragazzino, ma potrebbe anche significare qualcosa di più: essere metafora della nostra condizione, quella di spettatori passivi dinnanzi alle tragedie dei profughi, che guardiamo ma non vediamo veramente, perché anche noi abbiamo l’occhio pigro, assuefatto dai pregiudizi alimentati dall’infotainment televisivo e dal razzismo.
Oltre alla famiglia di Samuele vi è anche un’altra presenza sull’isola che viene ripresa, quella preziosissima del Dottor Pietro Bartólo, il medico di Lampedusa. Oltre ad occuparsi degli abitanti in qualità di medico, Bartólo lavora al centro di accoglienza per prestare le prime visite e l’assistenza medica necessaria ai profughi che approdano sulla terraferma dopo i giorni passati in mare sulle navi.
Le condizioni in cui queste persone arrivano dal mare sono disperate ed è proprio Bartólo (unica voce esplicativa in tutto il documentario) a spiegare come funziona la traversata: in base a quanto pagano, dagli 800 ai 1.500 dollari, i migranti vengono stipati dai piani più bassi (nella stiva) a quelli più alti della barca. Vengono poi abbandonati in mare e recuperati dalle forze dell’ordine e dai volontari, che li traghettano sino all’isola di Lampedusa, dove ricevono le prime cure mediche e dove vengono anche ritrovati i cadaveri di coloro che non hanno superato il viaggio.
Il regista riprende due salvataggi e le scene sono oggettive, crude e reali, prive di commento: si sentono solo le incitazioni e le domande dei volontari e militari e le voci sommesse e disperate degli immigrati. Gli sbarchi si commentano da sé, senza il bisogno di un conduttore tv che descriva la tragedia per suscitare compassione ed inutili sentimentalismi.
La tragedia non è gridata, è presentata così come la vedono quotidianamente coloro che ne fanno parte, che la subiscono o che la arginano.
Sono poche le scene forti, ma quelle poche bastano per imprimere nella memoria la portata dell’evento e la sofferenza vissuta dai naufraghi e a ricordarci che questa tragedia si sta ripetendo ormai da anni senza che venga trovata alcuna soluzione per aiutare i profughi e supportare gli abitanti di Lampedusa a far fronte a quella che viene banalmente definita “emergenza”, che dura però da oltre vent’anni e che, per definizione, non può più essere tale.
Inutile dire che Fuocoammare è un film che tutti dovremmo vedere e che, magari, ci dovremmo mettere tutti un occlusore come il piccolo Samuele per sforzarci di capire davvero la portata di questi eventi e il dolore di questa gente che viene dal mare. 

lunedì 6 giugno 2016

Dead Ringers, vita morbosa di due gemelli inseparabili da Wood&Geasland a Cronenberg


Ho appena finito di guardare il film Dead Ringers (Inseparabili) di David Cronenberg e mi accorgo di essere ancora aggrappata al bracciolo del divano per il turbinio di emozioni che ha suscitato in me. Ansia e inquietudine miste a una sensazione di spaesamento che ti lascia qualcosa di ‘disturbante’ e ‘perverso’.
E, aggiungo, anche un po’ di sana ‘paura’ da film horror (un genere che non amo particolarmente). Eppure, nel film non ci sono mostri, sangue a fiumi, mutilazioni o assassini che sbucano da dietro una porta con una motosega in mano. Tuttavia, l’intera storia dei gemelli monozigoti Mantle è pervasa da un clima malato, insano e inquietante che fa da preludio a una tragedia annunciata.
Lui, David Cronenberg, è il regista che ha inventato il genere del body horror (che intreccia l’aspetto psicologico con l’orrore dell’uomo dinnanzi al corpo mutato dalla malattia) e quello di cui vi racconto oggi è un film capolavoro, reso tale dalla sua genialità, oltre che dall’interpretazione di un magistrale Jeremy Irons, che recita entrambi i protagonisti, i due gemelli inseparabili Beverly ed Elliot Mantle.

Il film è uscito nel 1988 ed è tratto dall’omonimo romanzo del 1977, che in origine fu pubblicato col titolo Twins e ripubblicato successivamente come Dead Ringers. Il romanzo fu scritto a quattro mani da Jack Geasland e Bari Wood, noto autore di horror e fantascienza, che si ispirarono a fatti di cronaca nera realmente accaduti a New York negli anni Settanta.
Continuate qui la lettura dell'articolo, sulla rivista Libreriamo.. 

Psycho, dal romanzo di Bloch al film di Hitchcock


Oggi voglio raccontarvi di due capolavori, uno della letteratura e uno del cinema. In comune hanno lo stesso titolo: Psycho. Il primo è stato scritto da Robert Bloch nel 1959, il secondo (probabilmente il più conosciuto) è stato diretto da Alfred Hitchcock nel 1960.
Il maestro del brivido, che si è ispirato al romanzo di Bloch per il suo film forse più famoso, è stato anche un maestro nello scovare autori e racconti geniali, ma poco noti soprattutto al di fuori dell’America, e farli conoscere al grande pubblico, me compresa. Sono infatti numerosi i romanzi ai quali si è ispirato per i suoi film e Psycho ne è un esempio.
Robert Bloch è uno scrittore che si è dedicato principalmente ai generi horror, pulp, fantasy e giallo, collaborando anche come sceneggiatore nel mondo del cinema (ha scritto la sceneggiatura di tre episodi di Star Trek). La sua opera più nota è appunto Psycho, un romanzo che unisce elementi del thriller, del giallo e dello psicologico, dosando sapientemente la suspence e i colpi i scena (ho contato ben tre colpi di scena in una delle pagine finali). Tutto questo ti tiene incollato al libro fino alla fine. Ovviamente, avendo visto prima il film, sapevo cosa aspettarmi e quale sarebbe stato il finale, ma lo stile di Bloch rende la storia così imprevedibile e movimentata – e per certi versi macabra – che non ho smesso di stupirmi comunque fino alla fine.

La protagonista è Mary Crane (che nel film avrà il nome di Marion), un’impiegata di città che fugge dal proprio ufficio con i soldi di un cliente. Con questi 40.000 dollari la ragazza ha intenzione di iniziare una nuova vita insieme a Sam Loomis, proprietario di una ferramenta di provincia e pieno di debiti, nonché ignaro del furto e con il quale ha una storia a distanza. I due tardano a sposarsi in quanto prima, il metodico e razionale Sam, vuole appianare i debiti del padre e garantirsi un futuro stabile con Mary.
Per sapere come andrà a finire la fuga di Mary e molte curiosità sulla storia da cui sono tratti libro e film, continuate qui la lettura, sulla rivista Libreriamo.. 

martedì 31 maggio 2016

SUPER 8


di J.J. Abrams
USA 2011
con Kyle Chandler, Joel Courtney ed Elle Fanning

Fine anni Settanta: una piccola cittadina – che più americana non si può – sconvolta dall’arrivo dell’esercito in cerca di qualcosa di misterioso e una banda di ragazzini che scorrazza in sella alla bicicletta per girare un film horror amatoriale.
Gli ingredienti per un film “alla Spielberg” ci sono tutti. Ma, questa volta, non si tratta di un suo film. Il regista di Super 8 è J.J. Abrams – già noto per film quali Mission: Impossibile III (2006), Star Trek (2009) e serie tv quali Alias e Lost – mentre Spielberg ne è il produttore. Nel film sono molti gli elementi narrativi che ci rimandano ai classici del “papà” di Indiana Jones, al quale Abrams offre evidenti tributi.
I protagonisti della vicenda, che si svolge nel 1979, sono ragazzini che si spostano per le vie sicure – anche se non per molto – della loro comunità in sella alle loro bici. Questa immagine evoca senza dubbio i bambini protagonisti del film E.T. l’extraterreste (1982) di Spielberg, al quale il tema dell’infanzia e dell’innocenza salvifica dei bambini contro il male causato dagli adulti è molto caro.
Tra questi ragazzi vi sono Joe Lamb, figlio del vice-sceriffo e rimasto da poco orfano di madre, Charles Kaznyk, regista amatoriale alle prime armi, e Alice Dainard, che farà battere il cuore di entrambi gli amici.
Charles partecipa a un concorso cinematografico, utilizzando la pellicola “super 8” (un formato per riprese amatoriali, molto in voga negli anni Sessanta; la stessa sulla quale è stato impresso il filmato dell’assassinio del Presidente Kennedy) in qualità di regista e ha assoldato gli amici ed Alice come attori per girare le varie scene. Il suo film tratta il tema degli zombie che invadono una cittadina e ne trasformano gli abitanti in morti-viventi. La scena principale si svolgerà presso la stazione, esattamente al passaggio del treno, così che una notte il gruppetto si reca vicino ai binari della ferrovia, pronto per le riprese.
Ed è in questo momento che succede qualcosa: all’arrivo del treno, un’auto si posiziona sui binari e fa deragliare tutti i vagoni – in uno spettacolare incidente, che viene filmato sulla super 8 – e i ragazzi scoprono che il folle guidatore è il dottor Woodward, il loro professore di chimica.
Woodward, miracolosamente sopravvissuto all’impatto, intima loro di abbandonare il luogo dell’incidente prima che possa arrivare qualcuno e fa promettere loro di non rivelare a nessuno quanto hanno visto per evitare di essere uccisi. Ma, uccisi da chi? Prima di poterlo scoprire, Joe e gli amici sono messi in fuga dall’arrivo dei militari sul luogo del deragliamento. Lo spiegamento di forze dell’ordine minacciose ricorda molto i nazisti che compaiono spesso nei film di Spielberg, soprattutto negli episodi della saga di Indiana Jones (I predatori dell’arca perduta del 1981 e Indiana Jones e l’ultima crociata del 1989).
Il giorno dopo l’incidente la cittadina è messa sotto assedio dai soldati della US Air Force, i quali cercano di minimizzare i fatti della notte e di tenere alla larga la polizia locale. Mentre proseguono le ricerche dei militari, la polizia cerca di tenere a bada la popolazione, sempre più preoccupata per il verificarsi di strani fenomeni: tutti i cani della città sono fuggiti, dalle automobili sono stati tolti i motori e alcune persone spariscono, rapite da una creatura mostruosa che rimane nascosta nell’oscurità (e che si avvicina alla preda con pesanti passi che ricordano quelli del T-rex di Jurassic Park del 1993).
Tra le vittime di questa creatura vi è anche lo sceriffo, che viene catturato mentre è di pattuglia. A capo della squadra di polizia viene messo il padre di Joe, il vice-sceriffo Jackson Lamb, che cercherà di scoprire cosa nascondono i militari in città.
Il vice-sceriffo trasforma casa sua nella sede operativa della polizia e Joe, origliando i discorsi degli adulti, scopre che l’esercito si trova in città per una missione segreta. Informati gli amici su quanto scoperto e visionato il filmato dell’incidente sulla super 8, i ragazzi capiscono che per la città si aggira una creatura aliena (e qui, basti citare Incontri ravvicinati del terzo tipo del 1977, E.T. del 1982 e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo del 2008 per ricordare la passione di Spielberg per le forme di vita extra-terrestre).
Gli eventi si evolvono fino ad arrivare all’apice: la cittadina viene evacuata, tutti gli abitanti vengono segregati, il vice-sceriffo viene catturato dai militari ed Alice viene rapita dalla creatura.
Il destino della città e dei personaggi grava su Joe: riuscirà a trovare l’alieno e a liberare l’amata Alice e a svelare il mistero che riguarda questa creatura?
Per chi conosce anche solo un po’ la poetica spielberghiana, di cui Super 8 ne è un omaggio, sarà facile intuire il finale.
Il film probabilmente non spicca per originalità di trama, ma si guarda con piacere e ti tiene incollato davanti allo schermo, in un crescendo di suspense mista alla curiosità di riconoscere i rimandi ai numerosi film di Spielberg.