venerdì 1 febbraio 2019

LA MACCHIA UMANA







di Philip Roth
2000

Da tempo speravo di avere l'occasione per leggere finalmente un romanzo di Roth. Sommersa dai libri sugli scaffali della mia libreria e che aspettano di essere letti, insieme a quelli segnati sulla mia “lista dei desideri”, avevo momentaneamente accantonato la speranza.
Ma ecco che La macchia umana mi arriva tra le mani direttamente dal gruppo di lettura che seguo nella biblioteca della mia città. Vi assicuro che quando a ogni incontro viene svelato il romanzo per la volta successiva è sempre una festa, ma se capitano un autore o un'opera sulla famosa “lista” la gioia è ancora maggiore.
Philip Roth è riconosciuto come uno dei maggiori scrittori contemporanei, un acuto indagatore della realtà umana, nonché grande critico della società americana. Ne La macchia umana Roth concentra la sua vena accusatoria, realizzando un romanzo-bomba pronto a esplodere. La storia del protagonista, Coleman Silk, mostra i limiti del genere umano e le fragilità di un popolo falsamente perbenista.
Non a caso, infatti, le vicende sono ambientate nel 1998, anno del Sexgate, lo scandalo sessuale che travolse l'allora presidente Clinton e la giovane stagista della Casa Bianca, Monica Lewinsky.
Il vecchio Silk è una personalità di spicco nel mondo accademico di Athena, cittadina del New England, nella quale è preside di facoltà presso la locale università e in cui vive con la moglie. L'uomo è un forte punto di riferimento per studenti e colleghi, eppure si rende colpevole di un involontario atto che si trasforma subito in accusa di razzismo. A fomentare l'accaduto interviene la giovane collega, Delphine Roux, che ne approfitta per montare un caso senza precedenti e che obbligherà Coleman ad abbandonare l'insegnamento. Come se non bastasse, poco tempo dopo, sua moglie muore.
Coleman, deciso a riabilitare la propria reputazione, chiede aiuto a uno scrittore, Nathan Zuckerman (al quale è affidata la narrazione) per scrivere un libro in cui raccontare la sua verità. Coleman infatti nasconde da sempre un grosso segreto, che riguarda il suo retaggio e che lo scagionerebbe da ogni accusa di razzismo.
Tra Nathan e Coleman inizia a instaurarsi un rapporto di amicizia, eppure l'anziano preside non riesce a darsi pace per la morte della moglie e le false accuse. Egli tenta di alleviare la sofferenza cercando conforto tra le braccia di Faunia, una ragazza analfabeta che è addetta alle pulizie all'università e con gravi trascorsi di violenze domestiche e sessuali, perpetrate prima dal patrigno e poi dall'ex marito, Les Farley.
Con lui Faunia aveva creato una famiglia, distrutta poi tragicamente in un incendio. Les, uomo violento e reduce del Vietnam, non ha mai perdonato la moglie, incolpandola della morte dei loro figli.
Non tutti sembrano d'accordo sulla relazione tra Coleman e Faunia. Delphine Roux, che non condivide la grande differenza di età tra i due amanti e la loro diversa estrazione sociale, ne è disgustata ed è decisa a punire, in nome di chissà quale distorto principio femminista, l'ex preside. Anche Les Farley, sofferente di disturbi post traumatici da guerra, è deciso a convogliare tutta la sua folle rabbia sulla coppia, fino al tragico epilogo.
In realtà, quasi da metà romanzo si può intuire quale sorte toccherà a Coleman, eppure la costruzione dell'intreccio eseguita da Roth è magistrale: semina nel testo indizi e rivelazioni senza darne subito una spiegazione; avendo già intuito cosa accadrà, il lettore diventa così avido e, pagina dopo pagina in un climax di tensione, vuole arrivare al fatto compiuto e saperne i dettagli.
La costruzione dei personaggi è molto articolata e l'autore analizza l'animo di ciascuno di essi, ricostruendone le vicende personali del passato che li hanno resi ciò che sono. Si può così affermare che, sebbene il protagonista sia Coleman Silk, a più riprese nei vari capitoli, lo sono anche un po' tutti gli altri personaggi.
Attraverso di loro, Philip Roth realizza un quadro chiaro e realistico della società americana, sgonfiando il mitico “sogno americano”, per svelare una realtà fatta di razzismo, ipocrisia, solitudine, conformismo, arrivismo accademico e strascichi psichici dei soldati lasciati dalle “gloriose” guerre combattute per portate la democrazia. In sintesi, il falso moralismo, quello dell'America in cui “si fa ma non si dice” (e stupido Clinton a essersi fatto beccare, doveva stare più attento).
Come spiega Faunia – che non è sciocca come tutti credono – la macchia umana è insita in ciascuno di noi, è qualcosa che ci contagia stando a contatto con i nostri simili e che trasmettiamo al prossimo. La macchia si propaga e contamina la natura e la bellezza primitiva del mondo, finché esse saranno distrutte completamente.
Consiglio vivamente la lettura di questo romanzo. Pagina dopo pagina si impara a conoscere a fondo ogni personaggio, anche se permane il dubbio su chi di loro si possa salvare veramente.

venerdì 2 novembre 2018

IL FAVOLOSO MONDO DI AMÉLIE




di Jean-Pierre Jeuneut
2001

Il favoloso mondo di Amélie, insieme a Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004) di Michel Gondry, è uno dei miei film preferiti che tratta il tema dell'amore. Sia chiaro, però, non l'amore come storia fiabesca con lieto fine.
In questi film – così come nella mia testa – l'amore autentico è quello in cui si è consapevoli dei limiti e dei difetti reciproci, e si cerca di migliorarsi per vivere bene con se stessi e il proprio compagno. L'amore è anche essere grati al proprio partner, perché accetta le nostre paure, le nostre stranezze che, viste da altri, possono essere incomprensibili.
L'amore è un codice segreto che corre tra sguardi complici che si trovano d'accordo sui dettagli della vita quotidiana. Amore è anche rispettare le diversità e le passioni dell'altro, lasciarsi spazio per poi ritrovarsi e raccontarsi, entusiasti, quello che si è fatto.
È questo l'amore che troverà Amélie, la protagonista del film di Jeuneut. Ovviamente, l'amore non si fa trovare in modo immediato, ma ci guida con indizi che semina nel tempo lungo la nostra vita e che, apparentemente, non sono collegati tra loro. Ad esempio, il fattore di svolta nella vita di Amélie, è la morte di Lady Diana alla fine dell'agosto del 1997.
Le giovane passa la maggior parte del tempo sul posto di lavoro, al “Café de deux moulins” nel quartiere parigino di Montmartre. Il bar (che esiste realmente nei pressi del Moulin Rouge ed era prossimo al fallimento, prima del rilancio grazie alla fama ottenuta con il film) è un crocevia di personaggi strampalati e grotteschi, che rappresentano la moltitudine del genere umano.
Al di fuori del lavoro, la vita di Amélie è blandamente scandita dalle visite domenicali all'anziano e silenzioso padre e dalle giornate passate in casa in solitaria.
Un giorno di fine estate, Amélie trova casualmente nel suo appartamento – dopo aver sentito la notizia della morte della principessa del Galles – una vecchia scatola contenente i ricordi d'infanzia di qualcuno. La ragazza decide di trovare lo sconosciuto, ingegnandosi per risalire ai precedenti abitanti della casa e a capire chi sia il proprietario della scatola.
Dopo aver riconsegnato l'oggetto al legittimo destinatario, Amélie si accorge che questa esperienza le ha permesso di uscire dal suo guscio di solitudine e di conoscere gente nuova. Capisce inoltre che si può rendere felice chiunque con piccoli doni o gesti. Cogliendo la gioia nelle piccole cose, la ragazza da insicura sognatrice diventa determinata e socievole.
E, dopo aver aiutato molti conoscenti, tocca ad Amélie ricevere la sua dose di felicità. Il destino la conduce, attraverso il ritrovamento di un enigmatico album che contiene pezzi di foto di sconosciuti, a un ragazzo che lavora in un sexy shop. La ragazza, libera da ogni pregiudizio, scoprirà che la realtà non è come appare e che la felicità si fa trovare solo se si è disposti a mettersi in gioco.
L'atmosfera che circonda le scene della storia è sognante e ricca di rimandi caldi e avvolgenti, come le sonnacchiose serate di fine estate che fanno desiderare l'arrivo dell'autunno. Le musiche leggiadre del compositore Yann Tiersen sono la cornice sonora ideale che completa l'aura onirica del film.
Il favoloso mondo di Amélie è un inno alla gioia di vivere, allo stupore che si prova dinnanzi ai dettagli, alla serenità come mantra di vita, in risposta alle persona negative che, troppo spesso, ci circondano. Sorridere, sorridere e, ancora sorridere.
Vi auguro di trovare sempre meno persone tristi e sempre più persone che vi facciano stare bene. E, chissà, magari tra queste ci sarà anche l'amore vero, che sbuca all'improvviso dietro l'angolo.

Dedicato a M.,
che mi fa sorridere e ridere ogni giorno.

lunedì 2 luglio 2018

LADY BIRD



di Greta Gerwig
2017

Vedere questo film mi ha fatto ripensare alla mia adolescenza...e mi ha fatto tirare un respiro di sollievo per averla superata ed esserne ormai “fuori”. Certo, adesso sono nell'infausta fase quando-ti-sposi?/ quando-farai-un- figlio?/tic-tac-il-tempo-passa-e-non-sei-più-giovane, ma questa è un'altra storia.
Lady Bird – pluricandidato agli Oscar per migliore attrice protagonista (Saroise Ronan), miglior film, migliore attrice non protagonista (Laurie Metcalf), miglior sceneggiatura e miglior regista – mostra in maniera disillusa e sincera la delicata fase di passaggio dall'ultimo anno di liceo all'università della protagonista, Christine MacPherson, per tutti “Lady Bird”.
In America, è noto, l'ultimo anno di scuola costituisce un momento di forte stress, soprattutto per gli studenti che ambiscono a entrare nelle più prestigiose università: si deve avere un'ottima media, si devono avere molti crediti extra e si devono compilare i moduli di ammissione (sperando anche in una borsa di studio o un prestito), restando poi in ansia per mesi, prima di ricevere le tanto agognate lettere con il responso.
Se, oltre a ciò, si aggiungono anche le prime deludenti esperienze amorose, il timore di “fare da tappezzeria” al ballo di fine anno, gli scontri con i professori e una famiglia ben lontana da quella del perfetto prototipo americano, ecco che Lady Bird sembra la tipica adolescente americana ribelle e desiderosa di libertà.
La ragazza non è nemmeno perfetta: ha una media scolastica nella norma, ha pochissimi amici (anzi, una sola confidente), scruta con curiosità i compagni popolari e cerca di affermare la sua personalità stravagante imponendo a tutti il suo soprannome “Lady Bird”, che deriva dalla sua passione per i costumi con la testa a forma di pennuto.
Anche la sua famiglia non è eccelsa: la madre Marion ha un rapporto conflittuale con la figlia e non fa altro che riversare i problemi economici su Lady Bird, cercando di disilluderla sulla sua ambizione di studiare a New York; il padre Larry, disoccupato e depresso, si vede soffiare un'offerta lavorativa dal figlio Miguel, un ragazzo adottato dai MacPherson e con il quale Lady Bird litiga spesso.
Eppure, Lady Bird non è anonima e omologata come i suoi coetanei: nella sua originalità è ambiziosa, decisa, cinica quanto basta, ironica e mossa dalla voglia di evadere da Sacramento (California) per andare a New York e lasciarsi alle spalle la scuola cattolica che le è stata imposta dai genitori.
Greta Gerwig ci propone un'antieroina che è lungi dall'essere legata agli stereotipi hollywoodiani. Il film rispecchia perfettamente la sua protagonista: senza fronzoli, consapevole e privo di sentimentalismi melensi.
Si cresce e si matura, ma nuove sfide ti faranno sentire impreparato. I conflitti con i familiari possono affievolirsi, ma non potrai cambiare il carattere delle persone. Ci si può migliorare, ma la perfezione non esiste. Si possono raggiungere i propri obiettivi, ma con fatica e impegno. Coltivare i propri sogni è lecito, ma bisogna scontrarsi con i problemi della quotidianità.
Tutto questo vale per Lady Bird e gli adolescenti in generale, ma anche per i genitori e gli adulti.
Lady Bird ricorda allo spettatore che siamo stati tutti adolescenti con la voglia di fare e disfare, scappare lontano da casa, verso la libertà e che ognuno, in fondo, ha sempre pensato di non voler diventare, da grande, uguale ai propri genitori.
Un film che, nella sua semplicità, induce a una profonda riflessione sull'influenza che ha su ognuno di noi il carattere dei genitori.

giovedì 5 aprile 2018

RABBIA A NEW ORLEANS


di James Lee Burke
1994

Se amate quella che io definisco “americanitudine” – ovvero, qualsiasi cosa in stile americano che vi faccia sognare un viaggio negli States – Rabbia a New Orleans è il romanzo che fa per voi.
Uno dei miei desideri è quello di fare un viaggio in quella che nella mia testa è l'America più tradizionale e dai paesaggi mozzafiato che si vede nei film e si legge nei libri. Se proprio devo sognare in grande, vorrei partire dal Tennessee e attraversare gli Stati dell'Alabama, del Mississippi e della Louisiana, fino al Texas.
Nel frattempo, mi accontento di immaginare New Orleans e Baton Rouge leggendo le pagine di James Lee Burke. Lo scrittore texano è un maestro dei generi thriller e poliziesco e la sua notorietà letteraria ebbe inizio negli anni Ottanta grazie al personaggio dell'ispettore Dave Robicheaux, attorno al quale ha scritto ben ventuno romanzi (e qui esulto perché questo significa avere a disposizione molti libri della serie da leggere!).
Il successo di Robicheaux è talmente eclatante che sul sito ufficiale di Lee Burke è presente una sezione di merchandising di magliette, cappellini e oggettistica varia dedicata a questo personaggio. E pensare che, agli inizi della sua carriera, molte case editrici avevano rifiutato le opere di Lee Burke.
In Rabbia a New Orleans (il settimo della saga Robicheaux) troviamo il protagonista che vive serenamente a Baton Rouge con la moglie Bootsie e la figlia Alafair e gestisce un negozio di attrezzature da pesca per turisti, insieme a Batist. Robicheaux – si deduce dai suoi ricordi – ha ormai superato il suo problema con l'alcol.
Circondato dall'affetto dei cari e dai magnifici paesaggi del bayou (ovvero l'insieme di paludi, canali e foreste di palme e cipressi che si snodano lungo il fiume Mississippi), pare che Robicheaux abbia una vita finalmente libera dalle ombre del suo passato di poliziotto. Pare, perché le torbide acque del Mississippi, fiume così caro a Dave Robicheaux, nascondono un mistero che risale alla Seconda Guerra Mondiale. Depositato sul fondo del fiume c'è infatti un sommergibile nazista, giunto fin lì dalla Germania di Hitler. Si scopre così che all'epoca i tedeschi riuscivano ad arrivare oltre oceano e, posizionandosi nel Golfo del Messico, bombardavano le navi e le petroliere americane provenienti dalla foce del Mississippi.
Uno dei pochi ad aver avvistato il sommergibile durante un'immersione fatta in gioventù è proprio Robicheax. Il reperto storico si sposta in continuazione spinto dalle maree del golfo e la difficoltà di rintracciarlo ne alimenta la leggenda.
L'ex poliziotto viene ingaggiato da un pezzo grosso di New Orleans per mettersi sulle tracce del sommergibile e Robicheaux accetta l'incarico. Tuttavia, se ne pentirà presto: senza esserne consapevole, calpesterà i piedi alle persone sbagliate. In un intrigo di personaggi poco raccomandabili, mafiosi, drogati, neonazisti e poliziotti corrotti che pullulano nei sobborghi della capitale del jazz, Dave Robicheax rischia di mettere a repentaglio non solo la sua vita, ma anche la salute mentale della moglie. Lo psicopatico nazista Buchalter gli dichiara guerra e farà di tutto per rendergli l'esistenza un incubo, importunando anche Bootsie. A tutto ciò si aggiungono anche misteriosi omicidi dei quali viene sospettato il fidato Batist.
Insomma, per Dave Robicheax è tempo di rimettersi in gioco e tornare a indagare: non solo dovrà scagionare l'amico e catturare il folle Buchalter, ma dovrà anche lottare con antichi tormenti per non sprofondare nelle vecchie abitudini.
James Lee Burke trascina il lettore in una storia coinvolgente, in cui ci si affeziona al protagonista e con il quale si condividono gli ambienti, gli odori, i colori e i suoni, grazie alla dovizia di particolari con cui i luoghi sono descritti. Insomma, si ha l'impressione di trovarsi sulla riva del Mississippi o per le strade chiassose di New Orleans.
E nel frattempo, sognando il mio viaggio in quei posti, continuerò sicuramente a leggere gli altri romanzi della saga di Robicheaux.



lunedì 12 marzo 2018

LA FORMA DELL'ACQUA




di Guillermo Del Toro
2017

In un mondo di apparenza e superficialità, il film di Guillermo Del Toro ci ricorda che, per fortuna, il vero amore – quello fatto di empatia, sacrificio e sincerità – esiste ancora.
La forma dell'acqua si va ad aggiungere alla mia lista di film preferiti sull'amore, accanto alle storie di Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004, di Michel Gondry) e I segreti di Brokeback Mountain (2006, Ang Lee).
Non mi era mai capitato di “tifare” per la vittoria di una pellicola agli Academy Awards, ma questa volta sono stata felice di sapere che il film ha vinto quattro dei tredici Oscar per cui era nominato: miglior film, miglior regista, migliore colonna sonora originale e miglior sceneggiatura.
Sin dalla prima scena – che in pochi secondi ci guida dalle profondità marine fino a un appartamento in città – lo spettatore è catturato dalla magia onirica della storia (e capisce subito che non sarà un film convenzionale!).
In un'atmosfera ovattata che evoca Il favoloso mondo di Amélie (2001, Jean-Pierre Jeunet), conosciamo Elisa Esposito, una donna muta (e qui mi permetto di fare un plauso al regista che ha scelto un'attrice, Sally Hawkins, di straordinaria bravura che non rientra nei canoni della giovane bellezza hollywoodiana, ma non per questo meno affascinante) che vive in solitudine nel suo appartamento a Baltimora.
Siamo nel 1962, nel pieno della Guerra fredda, e nell'aria si respira l'astio degli americani per i russi nella corsa alle conquiste spaziali. Lo sa bene Elisa, che lavora di notte come inserviente in una grande struttura governativa in cui scienziati e militari eseguono esperimenti e ricerche per la potenza americana.
In una sequenza di rituali che ogni giorno si ripetono allo stesso modo, entriamo nella vita di Elisa seguendola dalla notte, quando si sveglia e si prepara per recarsi al lavoro, al giorno, momento in cui rincasa e torna a dormire.
La monotonia della donna è spezzata dagli unici amici che ha: Zelda, una loquace collega di lavoro, e Giles, il suo vicino di casa. Con questi due personaggi (interpretati rispettivamente da Octavia Spencer e Richard Jenkins ed entrambi candidati all'Oscar come miglior attrice e attore non protagonisti) il regista evidenzia due temi di attualità e molto sentiti oggi come nell'America degli anni Sessanta in cui è ambientata la storia: la discriminazione etnica e l'omosessualità.
Zelda, infatti, è una esuberante donna afroamericana in eterna lotta con il marito fannullone, mentre Giles è un pittore gay con il cuore a pezzi. Entrambi sono ritenuti “inferiori” e “diversi”dal resto della società e, a mio avviso, c'è un personaggio che seppur secondario – praticamente una comparsa – incarna perfettamente il clima xenofobo e omofobo dell'epoca: si tratta del ragazzo che gestisce una tavola calda e di cui Giles è segretamente innamorato. In un'unica scena Guillermo Del Toro dà vita alle peggiori paure di un americano bianco bigotto: Giles si dichiara al ragazzo accarezzandogli la mano, mentre nel locale per soli bianchi (siamo ancora nell'epoca della segregazione razziale) entra una coppia nera. Il terrore sul volto del ragazzo è impagabile.
Tuttavia, anche la stessa Elisa è ritenuta “diversa”: una donna non completa a causa del suo mutismo causato dalla recisione delle corde vocali che ha subìto da neonata, prima di essere abbandonata.
In forte contrapposizione a questi personaggi spicca l'antagonista, il crudele colonnello Richard Strickland, l'incarnazione dell'americano vincente: un lavoro di successo nell'esercito, un carattere competitivo, una bella casa in periferia, in cui ogni giorno lo attende la perfetta mogliettina con due adorabili bambini.
Suo malgrado, Elisa si troverà a fare i conti con Strickland, chiamato per un'operazione top-secret presso la società governativa in cui la donna lavora. Elisa scopre che in uno dei laboratori è segregata una strana creatura anfibia antropomorfa, ritrovata nell'Amazzonia, dove era venerata come una divinità. La creatura è vittima di torture e umiliazioni da parte di Strickland, che vuole carpirne i poteri per sfruttarli conto i comunisti.
La creatura, che cerca di proteggersi dagli scienziati con la forza, sarà avvicinata con garbo e comprensione da Elisa. La donna, intrufolandosi nel laboratorio ogni giorno, inizia a intessere un rapporto speciale con l'uomo-anfibio, insegnandogli il linguaggio dei segni per comunicare.
La vita di Elisa sembra volgere al meglio, poiché si scopre innamorata della creatura: due esseri derisi e considerati inferiori per le loro diversità, che si trovano e comprendono grazie al linguaggio universale dell'amore.
La favola però è destinata a interrompersi bruscamente quando Elisa scopre che Strickland vuole uccidere la creatura per vivisezionarla. La donna coinvolge quindi Zelda e Giles in un piano dagli esiti incerti per salvare la creatura.
Una storia mozzafiato – in cui i destini dei personaggi si scontrano nella lotta tra buoni e cattivi (come ci insegnano i film di Steven Spielberg) e dal finale piacevolmente inaspettato – immersa in un'atmosfera onirica in cui il filo conduttore è l'acqua, elemento di vita e sopravvivenza.