martedì 23 novembre 2021

THE RIDER

 


di Chloé Zhao

USA, 2017

Il cinema di qualità dà sempre enormi soddisfazioni, soprattutto quando si scovano delle chicche proposte dalle rassegne locali. The Rider è un vero e proprio gioiello.

Attenzione, però, non è un film facile! Assenza totale di musica e pochissimi dialoghi portano in primo piano spazi immensi e solitari, cavalli e speroni, cowboy e rodei, oltre che disagio e incapacità di comunicare dei protagonisti.

È questo il caso di Wayne e Brady, padre e figlio, che non hanno vita facile nella Pine Ridge Reservation. Vivono in una casa mobile sul terreno di una riserva indiana del South Dakota, terra arida e costellata di contee molto povere e in cui i problemi di alcolismo e gioco d'azzardo sono molto diffusi tra i nativi e i bianchi. Questi problemi affliggono anche Wayne, padre assente e incapace di occuparsi del figlio maggiore e di Lilly, la figlia autistica, con cui Brady ha un rapporto protettivo.

Il ragazzo è una ex stella dei rodeo in convalescenza: a seguito di un grave incidente durante una gara, è costretto a rinunciare ai riflettori, anche se non abbandona la sua più grande passione, addestrare i cavalli. Il suo carattere introverso e paziente gli permette di entrare in simbiosi con questi splendidi animali e addestrare gli esemplari più selvatici.

Ben presto, però, le gravi lesioni subite durante l'incidente gli impediranno anche di occuparsi dei cavalli e Brady dovrà ripiegare sul lavoro di commesso in un discount, anche se il suo spirito inquieto gli impedirà di accettare questa situazione.

La monotonia che regna nelle vite di Brady e dei suoi amici della riserva viene spezzata dalle visite che fanno a Lane Scott (che nel film interpreta se stesso), ex celebrità dei rodeo da toro e ormai paralizzato, ricoverato in una clinica. Le spavalderia di Scott e le sue imprese pericolose sono impresse nei video su You Tube, ma sono solo un lontano ricordo.

Le immagini dei filmati di Scott scorrono sotto i suoi occhi vividi, nei quali si legge la voglia di rimontare in sella ai tori, quasi non fosse consapevole che ciò non potrà accadere mai più.

La voglia di rimontare in sella e gareggiare divora anche Brady, ma il ragazzo deve fare una scelta tra la sua vita e la sua passione. Quale sceglierà tra le due?

Non vi resta che guardare The Rider per scoprirlo e per immergervi nella poesia di immagini che la regista è capace di evocare.


martedì 11 maggio 2021

NOMADLAND

 


Chloé Zhao
USA 2020

Il mio ritorno in sala cinematografica dopo il lock down non poteva che essere inaugurato nel migliore dei modi: Nomadland racchiude tutto quello che mi piace in un film, a cominciare dalla straordinaria interpretazione dell'attrice protagonista, Frances McDormand, fino ai paesaggi solitari dell'America di oggi.
I film sono la mia passione e andare al cinema a vederli è per me un'esperienza totalizzante, un vero e proprio momento irrinunciabile per godere appieno del lavoro di un regista. Quando poi, condividi questo piccolo piacere della vita con la persona amata, andare al cinema diventa quasi un rituale: le luci si abbassano, ci si augura a vicenda una buona visione, magari sgranocchiando M&M, e si conservano i biglietti dei film preferiti per usarli come segnalibri.
Il film non ha una trama vera e propria: seguiamo semplicemente la protagonista, Fern (Frances McDormand) per un anno della sua vita itinerante, che inizia nel periodo delle festività natalizie con un lavoro stagionale presso la sede centrale di Amazon. La donna, come preferisce lei stessa definirsi, è una “senzacasa” (non una “senzatetto”, precisa) che vive in un furgoncino convertito ad abitazione, spostandosi di luogo in luogo, in base ai lavori stagionali che riesce a trovare in giro per gli Stati Uniti.
Fern è da poco vedova e proviene da una piccola comunità del Nevada, Empire, dove la gente è rimasta senza lavoro per la crisi economica del 2008. Dicembre porta con sé un picco di ordini on line, per cui Fern, come tante altre persone disoccupate e senza una casa, trova impiego temporaneo alla multinazionale americana, e alloggia nel suo furgone nelle piazzole di sosta messe a disposizione dall'azienda per i suoi dipendenti che non possono permettersi un'abitazione. Freddo, solitudine e scomodità si percepiscono con maggiore eco immersi nel contesto asettico e piegato alla produzione senza sosta del colosso delle vendite on line. Non servono parole o dialoghi, di cui il film in generale è scarno, per criticare il sistema di disuguaglianza in cui viviamo: a parlare sono le immagine e la condizione dell'esistenza del popolo di invisibili e silenziosi.
La donna, terminato il contratto con Amazon, vaga in cerca di altri impieghi, e viene a conoscenza del raduno di nomadi a La Paz County, nel deserto dell'Arizona. Questo singolare insediamento in mezzo al nulla è organizzato da Bob Wells (figura che esiste veramente nella realtà), uno stravagante guru della vita minimalista e nomade.
Qui Fern, seppure solitaria e indipendente, viene in contatto con gente simile a lei. Conosce persone che abbracciano la vita nomade per scelta e chi, nella maggior parte dei casi, per necessità.
A poco a poco si apre anche con Swankie, un'anziana donna che le insegna i trucchi per sopravvivere nella natura arida del deserto, senza comodità, e come organizzarsi al meglio per prevenire ogni sorta di imprevisto.
Fern è forte e temprata come i tanti cactus che la circondano nel deserto: sopravvive alle condizioni più estreme e disperate, anche quando, terminato il raduno, si rimette in viaggio alla ricerca di nuovi impieghi temporanei.
In questo lungo anno di spostamenti, dal Nebraska al Sud Dakota, Fern avrà anche modo di tornare, seppur per pochissimo, a contatto con la vita “normale” di chi ha un tetto sulla testa: prima in California, dalla sorella, alla quale chiederà un prestito per riparare un guasto al van, e successivamente dalla famiglia di Dave, un uomo nomade conosciuto lavorando in una tavola calda e che ha deciso di fermarsi in pianta stabile dal figlio. Fern, tuttavia, non si farà lusingare dalle comodità offerte dai suoi cari e non abbandona il suo van.
Fern è irrequieta, a tratti malinconica, eppure è tenace e propositiva di fronte a quello che la vita le riserva.
Il ciclo si chiude, inclemente, con il ritorno al lavoro stagionale da Amazon, pronta a lucrare sulle richieste natalizie degli utenti di tutto il mondo.
Nomadland ha vinto innumerevoli premi – un Leone D'Oro, due Golden Globe e tre Oscar – ed è certamente un film che consiglio, seppure non sia per niente di facile visione: introspettivo, silenzioso e meditativo, il film richiede un approccio empatico che predisponga il nostro animo a cogliere la bellezza di un fiore colto nel deserto.

lunedì 9 novembre 2020

L'UOMO CHE NON C'ERA

 


di Ethan e Joel Coen
USA, 2001

Una casa nei sobborghi di Santa Rosa (California), un lavoro stabile, una bella moglie, cene e feste varie con amici e conoscenti col sorriso stampato in faccia: una vita incredibilmente ordinaria, da cartolina pubblicitaria, agli albori degli anni Cinquanta. Chi non la vorrebbe?
La stabilità può però diventare una trappola e una fonte di forte insoddisfazione. E allora, perché accontentarsi dell'ordinario, quando puoi far soldi, quelli veri, non quelli che ti fanno vivere dignitosamente ma senza concedersi fronzoli? Nel 1949, anno in cui il film è ambientato, il nascente “sogno americano” suggerisce che chiunque lo possa fare, tutti possono azzardare e mettersi in gioco.
E' quello che deve aver pensato Ed Crane (interpretato da Billy Bob Thornton), silenzioso barbiere che lavora nel negozio del loquace cognato Frank. Le sue giornate trascorrono immutate: al lavoro Ed viene stordito dalle chiacchiere dei clienti e di Frank, mentre a casa condivide momenti privi di comunicazione e sentimenti con la moglie Doris (Frances McDormand).
Doris, all'opposto del marito, è invece una intraprendente lavoratrice che ambisce a fare carriera nel grande magazzino di David "Big Dave" Brewster (James Gandolfini), ed è disposta a tutto pur di compiacere il suo capo.
Mentre Doris è presa dai suoi progetti lavorativi ed extraconiugali, l'incontro casuale tra Ed e un misterioso uomo d'affari giunto in città, Craighton Tolliver, darà il via a una serie di eventi che, con l'effetto del domino, travolgeranno la vita di Ed e di sua moglie, sgretolandola come roccia friabile.
Tolliver convince il taciturno barbiere a buttarsi nel mondo delle catene di lavanderie a secco, un settore ancora inesplorato all'epoca. Per entrare nell'affare, Ed deve però procurarsi la somma di diecimila dollari: mai decisione sarà più distruttiva per lui.
Ed non ha questa cifra e decide così di ricattare in forma anonima Big Dave, che ha una tresca con Doris e di cui Ed ne è a conoscenza, minacciandolo di rivelare a tutti la loro relazione. Con questa rivelazione Big Dave perderebbe tutto (ricordiamo che siamo negli anni Cinquanta, il decennio del “si fa, ma non si dice”) e così cede al ricatto.
Da qui, si scateneranno una serie di eventi, scambi di colpe e fraintendimenti in cui i personaggi saranno travolti da omicidi e arresti destinati a cambiare la vita di tutti.
Il destino beffardo e la giustizia viaggiano su due binari diversi ma paralleli. Ci vorrà del tempo perché i colpevoli vengano puniti, magari non direttamente per l'atto che hanno compiuto, ma nessuno sarà risparmiato.
Nemmeno la giovane e pruriginosa Rachel (interpretata da un'acerba Scarlett Johansson) uscirà di scena incolume, rea di aver tentato un approccio sessuale con Ed, mentre questi era alla guida della sua auto, di ritorno da un'audizione per pianoforte a cui il barbiere l'aveva accompagnata. Così, anche l'unico barlume di vitalità nella vita di Ed, è destinato a evaporare.
L'uomo che non c'era è un noir intrigante: già dalle primissime scene si avverte un senso di incertezza che incombe sui personaggi, il tutto amplificato dalle potenti immagini.
Inizialmente pensato con le immagini a colori, il film è stato poi reso in bianco e nero: l'effetto è incisivo perché sottolinea ulteriormente le atmosfere cupe. Il contrasto di luce e ombra simboleggia la lotta tra il bene e il male.
Direttore della fotografia è il doppio premio Oscar Roger Deakins, che collabora spesso con i fratelli Coen e che ha curato la fotografia di pezzi da novanta, quali 1917 (di Sam Mendes, 2019), Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve, 2017), Revolutionary Road (di Sam Mendes, 2008), Jarhead (di Sam Mendes, 2005), solo per citarne una manciata.
Un plauso anche a Billy Bob Thornton, che riesce a esprimere con la sua espressività i tormenti interiori di un uomo chiuso e schivo, incapace di comunicare a parole.
Film riuscito e ben congegnato. I fratelli Coen non deludono nemmeno questa volta.



venerdì 8 maggio 2020

LE TRUPPE SBARCANO AL CINEMA - FILM DI GUERRA PREFERITI


Perché guardare film di guerra, vi chiederete, nel marasma di pellicole che trattano temi più moderni e accattivanti?
In realtà ci sono tanti motivi per farlo: innanzitutto, per conosce la storia e il passato. Certo, la ricostruzione nei film è spesso romanzata però, se siete curiosi come me, si possono sempre cercare informazioni e spunti in rete, nei libri, nei saggi e persino nei fumetti, per avere un quadro più ampio rispetto alla trama del film.
Inoltre, si può scoprire che dietro la storia ci sono uomini soli al potere, o grovigli burocratici che vanno contro ogni logica, oppure ancora singoli poveracci che vengono mandati incontro alla morte facendo leva su falsi ideali.
E poi, non da ultimo, spesso i film di guerra sono dei veri cult, girati da registi stratosferici e interpretati da attori pazzeschi.
Quindi mettetevi comodi per leggere la mia personale lista di film preferiti dedicati alla Seconda Guerra Mondiale.



DUNKIRK di Cristopher Nolan (2017)
Maggio 1940, le truppe inglesi e franco-belghe sono bloccate sulla spiaggia di Dunkerque (nord della Francia), in attesa che la flotta navale arrivi a riprendere i soldati e portarli al sicuro. L'esercito tedesco avanza inesorabilmente alle loro spalle via terra e sulle loro teste via cielo.
L'azione si sviluppa in tre filoni: sulla terraferma, in mezzo ai giovani soldati in attesa dell'evacuazione; nei cieli, tra i caccia britannici che cercano di proteggere i soldati dagli attacchi aerei dei tedeschi; via mare, sulle navi dei civili britannici che la marina esorta a partire verso la costa francese per supportare con i loro mezzi la missione.
Il nome del regista è garanzia di capolavoro: tre filoni che si dilatano e si contraggono lungo la dimensione temporale, in un clima di ansia e angoscia che ci accompagna dal primo istante.
Qui la mia recensione completa di Dunkirk.




TORA! TORA! TORA! di Richard Fleischer, Kinji Fukasaku e Toshio Masuda (1970)
Dicembre 1941, base navale di Pearl Harbor (isole Hawaii). E' nota a tutti la disfatta americana da parte della flotta giapponese, che bombardò la base navale nemica provocando, oltre alle numerose vittime, ingenti danni alle navi e agli aerei statunitensi.
Il film ricostruisce quello che sta dietro la vicenda, portando alla luce le lacune della burocrazia bellica e dei vertici di comando, e il susseguirsi di decisione sbagliate e ritardatarie dettate dall'idea della propria superiorità sul nemico nipponico.
Punto in più per questo classico della guerra è che le scene del filone nipponico sono state girate da una troupe giapponese, mentre una squadra americana si è occupata di quelle relative alle vicende statunitensi. Un film innovativo, se si pensa che fu girato in piena Guerra Fredda.







SI ALZA IL VENTO di Hayao Miyazaki (2013)
Ennesimo capolavoro del maestro dello Studio Ghibli, questo film d'animazione racconta la biografia romanzata di Jirō Horikoshi, ingegnere aeronautico giapponese che progettò gli aerei caccia che la Marina Imperiale giapponese userà nella Seconda Guerra Mondiale (che troviamo in Tora! Tora! Tora!). Le atmosfere incantate si ispirano a valori come libertà, amore e intelletto umano, eppure questo non ha evitato critiche a Miyazaki per i rimandi a fascismo e nazismo presenti nel cartone. Ad esempio, Jirō nei suoi sogni incontra Giovanni Battista Caproni, pioniere dell'aviazione italiana che sarà accusato di filo-fascismo e collaborazionismo coi tedeschi dopo l'armistizio. Inoltre, Jirō e i colleghi ingegneri si recano in Germania per studiare i loro modelli aerei e trarne ispirazione per crearne di propri. La realizzazione del cartone è stata molto lunga e sofferta per Miyazaki, soprattutto per la delicatezza del tema della guerra e cosa essa avesse significato per il Giappone (basti solo pensare alla bomba atomica). In sua difesa, il regista si è sempre detto ispirato dal suo grande amore per gli aeroplani militari e il suo Paese per realizzare questo cartone.




LA SOTTILE LINEA ROSSA di Terrence Malick (1998)
1942, Guadalcanal (Isole Salomone, Sud del Pacificico). Un gruppo di fucilieri americani viene spedito sull'isola per risalire una collina e conquistare una base aerea giapponese.
Film intimista e corale, ognuno dei numerosi personaggi si trova da solo di fronte alla paura e alla morte. I loro strazianti pensieri si alzano inascoltati nel silenzio della natura lussureggiante che li circonda. È incredibile come animali e vegetazione continuino la loro esistenza indisturbati e indifferenti rispetto alla morte e all'assurdità delle decisioni degli umani.











SALVATE IL SOLDATO RYAN di Steven Spielberg (1998)
Giugno 1944, Omaha Beach (Normandia). Un gruppo di soldati americani, dopo essere sopravvissuti al massacro dello sbarco del 6 giugno, viene incaricato di trovare e salvare il soldato Ryan, per riportarlo a casa sano e restituirlo a una madre che ha perso tutti gli altri figli in guerra. Effetti speciali spettacolari, Spielberg non delude nemmeno – come suo solito – per emozioni e patriottismo, raccontando la storia di molti uomini che mettono a repentaglio la loro vita per salvarne un'altra.
Certamente, la scena iniziale dello sbarco rimarrà nei manuali di storia del cinema per i grandiosi effetti speciali.









LETTERE DA IWO JIMA di Clint Eastwwod (2006)

Febbraio-marzo 1945, isola di Iwo Jima. L'isola è presidiata da un plotone di soldati giapponesi, in attesa dell'arrivo delle truppe nemiche, decise a conquistare il territorio sul fronte nipponico. L'attesa è dura e snervante; i soldati la passano scavando gallerie sotterranee e fortificando la vetta del monte Suribachi, mentre con la mente tornano alla vita civile a cui sono stati strappati. Con lo sbarco degli americani si inizierà una battaglia che durerà oltre un mese e segnerà la disfatta dei giapponesi. Si tratta di uno dei rari film girati da un regista americano che racconta interamente le vicende dal punto di vista del fronte avversario, mostrando che anche “il nemico” ha sentimenti, storie personali e paure.  








FLAGS OF OUR FATHERS di Clint Eastwood (2006)
Febbraio-marzo 1945, isola di Iwo Jima. Il film è speculare rispetto a Lettere da Iwo Jima perché racconta la stessa battaglia dal punto di vista dei marines statunitensi. Flags of Our Father, mostra però anche cosa accadde in America dopo che le truppe conquistarono il monte Suribachi: il governo mise in moto una massiccia campagna di propaganda a favore della sicura vittoria americana nella guerra, utilizzando la celebre fotografia scattata sulla vetta del monte mentre alcuni marines issano la bandiera a stelle e strisce. Ma cosa si cela veramente dietro quella foto? I marines che erano presenti dovranno scegliere se rilevare il segreto o mantenere le bugie che si nascono dietro la guerra e le perdite umane.









LAND OF MINE – SOTTO LA SABBIA di Martin Zandvliet (2015)
Maggio 1945, Danimarca. Un gruppo di giovanissimi soldati tedeschi, prigionieri di guerra, viene inviato sulle spiagge del Nord con l'infelice compito di rimuove dalla sabbia le mine che i tedeschi avevano sepolto, convinti che quello che fu lo sbarco di Normandia dovesse avvenire invece in Danimarca. La tensione, l'angoscia e la paura attanagliano i giovani prigionieri, così come lo spettatore, che partecipa alla missione rimanendo col fiato sospeso, lasciandosi anche intenerire dalla giovanissima età dei soldati, poco più che bambini. Il film tratta un interessante e a me sconosciuto fatto storico, ovvero l'impiego di soldati tedeschi a rimuovere oltre un milione e mezzo di mine lungo la costa danese.

mercoledì 1 aprile 2020

LA MIA VITA DA ZUCCHINA



di Claude Barras
2016

Preparate i fazzoletti perché questo film d'animazione vi farà sicuramente commuovere. Dura poco più di un'ora, ma il prezioso capolavoro di Claude Barras è un vero toccasana per l'anima.
Le atmosfere e le fattezze dei personaggi create da Barras, che utilizza la tecnica stop-motion, ricordano molto i lavori di Tim Burton, come The Nightmare Before Christmas (1993) e Frankenweenie (1984).
L'impatto visivo è notevole: anche se gli ambienti sono cupi e grigi, ci pensano i colori sgargianti con cui sono fatti i personaggi a rallegrare e dare speranza.
Protagonista di questa storia è un bambino di nome Icare, che si fa chiamare da tutti “Zucchina”, nomignolo che gli è affibbiato dalla madre. La donna passa le giornate a bere birra davanti alla tv, mentre Zucchina gioca nella sua tetra cameretta con gli unici oggetti che possiede: un aquilone, su cui ha disegnato la sagoma del padre (che se ne è andato, abbandonandolo), e le lattine di birra vuote che la madre getta a terra e che il piccolo utilizza per fare costruzioni.
Nonostante la pessima situazione in cui è costretto a vivere, Zucchina, come ogni altro bambino farebbe, vuole bene sia alla madre che al padre assente.
A seguito di un incidente, il piccolo rimane però solo al mondo e viene mandato in una casa-famiglia, con la promessa da parte del poliziotto che ha seguito il suo caso di andare a trovarlo regolarmente.
Nella struttura si vive modestamente, eppure Zucchina può contare sul buon cuore e la gentilezza della direttrice e della coppia di insegnanti che vivono lì.
Poco per volta, il piccolo Zucchina imparerà a conoscere gli altri bambini ospiti, non senza qualche difficoltà iniziale. Come chiunque abbia subìto un trauma o sia stato maltrattato, ciascun piccolo ospite guarda con curiosità e timore il nuovo arrivato e, dal canto suo, anche Zucchina all'inizio fatica a capire alcuni comportamenti dei suoi compagni.
Poco per volta, i bambini si aprono al nuovo arrivato, che inizialmente appare ai loro occhi un po' strano poiché stringe in mano il suo aquilone e una lattina di birra dicendo che sono tutto quello che possiede di suo padre e sua madre.
Alla malinconia di Zucchina si somma il racconto delle tristi vicende che hanno portato ogni piccolo ospite nella struttura: chi ha i genitori tossicodipendenti, chi in prigione e chi rimpatriati al Paese d'origine, chi, ancora, ha subìto abusi.
Il loro passato familiare condiziona il loro presente: Béatrice, che corre alla porta speranzosa che la madre sia venuta a prenderla ogni volta che sente un'auto arrivare, oppure Alice che ha gesti ossessivo-compulsivi e nasconde coi capelli una cicatrice in volto per le violenze subite dal padre, o ancora Simon che tende a essere prepotente.
Zucchina sembra finalmente trovare un po' di serenità: il buon poliziotto gli fa visita regolarmente, il gruppo dei compagni si fa affiatato e arriva una nuova bambina nella struttura, Camille (con un passato terribile alle spalle), che fa breccia nel cuore del piccolo protagonista.
Quando però Camille verrà portata via da una perfida zia, che la vuole con sé solo per percepire dei soldi, Zucchina e i piccoli amici escogiteranno un piano per salvarla e che porterà Zucchina e Camille stessi a un lieto fine inaspettato.
C'è un persistente alone di tristezza che caratterizza tutto il film e che fa provare dispiacere per tutti i piccoli abitanti della casa-famiglia, poiché non ci sono sconti per nessuno, non importa quanto piccoli siano. Mai il lieto fine è così atteso come per questa storia, che lascia comunque la speranza, racchiusa nell'intelligenza e nel candore dei bambini.
I momenti più commoventi sono alleggeriti da scene divertenti, soprattutto quando i piccoli ospiti discutono e danno opinioni su cosa succede agli adulti quando fanno sesso e sull'anatomia femminile e maschile. Nessuna favoletta della cicogna: questi bambini sono pratici e concreti e non usano giri di parole come magari farebbero altri cresciuti sotto una campana di vetro. In tal senso, un plauso al regista per aver affrontato in questa maniera il tema della sessualità.
La mia vita da zucchina è stata realizzato impiegando due anni di preparazione e lavoro, otto mesi di riprese fatte in sessanta set e con oltre cinquanta pupazzi fatti a mano con la plastilina.
Questo lavoro è valso due prestigiose nomination come miglior film d'animazione, una per gli Oscar e una per i Golden Globe.
Un film d'animazione che consiglio a tutti, soprattutto ai grandi.

mercoledì 26 febbraio 2020

LA CITTA' INCANTATA


di Hayao Miyazaki
2001

Il geniale Miyazaki firma uno dei più bei capolavori prodotti dallo Studio Ghibli con il film d'animazione La città incantata.
Grazie alla sua incantevole poesia, il lavoro di Miyazaki ha vinto l'Orso d'oro al Festival di Berlino (2002) e l'Oscar come miglior film d'animazione (2003).
La città incantata è una storia senza tempo che ricalca i romanzi di formazione, narrando l'incredibile avventura che segna il passaggio dall'infanzia all'adolescenza della tenace Chihiro.
Per la ragazzina si prospetta un'estate di cambiamenti: si sta trasferendo con i genitori in una nuova città e sta affrontando un lungo viaggio in auto per raggiungere la nuova casa.
Durante il tragitto il padre si inoltra, perdendo la strada, in un sentiero tra i boschi che termina in un tunnel.
Chihiro ha un brutto presentimento e insiste per tornare alla macchina e andarsene da quel posto, ma i genitori la ignorano e, come Alice nel Paese delle Meraviglie, si addentrano incuriositi nel passaggio oscuro. Alla fine del tunnel trovano un luogo desolato che scambiano per un parco divertimenti abbandonato.
I genitori della ragazzina si aggirano per le vie di questo posto misterioso e trovano una serie di ristoranti, dove abbonda cibo prelibato. Senza pensarci, i due si avventano sulle ciotole colme, abbuffandosi, mentre Chihiro continua a camminare. All'improvviso, compare un ragazzo che la ammonisce e la invita ad andarsene subito da quel posto.
La ragazza ritorna sui suoi passi alla ricerca dei genitori, ma avrà una brutta sorpresa: essi si sono trasformati in maiali. Inoltre, le strade abbandonate si stanno popolando di yōkai, ovvero gli spiriti tipici della cultura giapponese. Ma non solo: con grande orrore Chihiro si accorge che sta diventando invisibile e sta per scomparire.
Il provvidenziale intervento del misterioso ragazzo che poco prima l'aveva esortata a fuggire salverà Chihiro. Haku – questo il nome del ragazzo – le dà una bacca da mangiare e presto Chihiro si materializza del tutto.
Haku le spiega che si trova in un complesso termale frequentato dagli spiriti e diretto dalla strega Yubaba. Chihiro, in quanto umana, corre il pericolo di essere catturata, trasformata in maiale e diventare parte del banchetto destinato agli yōkai.
L'unico modo per Chihiro di salvarsi è di farsi assumere come inserviente nelle terme e, nel frattempo, pensare a un piano per liberare i genitori.
Chihiro si dimostrerà molto determinata con la perfida Yubaba e otterrà il posto di lavoro. Qui Chihiro avrà modo di maturare velocemente, guadagnandosi da vivere come le altre sue colleghe più grandi. Conoscerà una moltitudine di spiriti e strani avventori delle terme e lavorerà sodo per mantenere segreta la sua identità di umana.
Il tempo passa e la ragazzina non ha nessuna idea di come liberare i genitori. La svolta ci sarà con l'arrivo di Zeniba, sorella gemella di Yubaba. La situazione precipita presto perché Zeniba rapirà il figlio di Yubaba e Haku cadrà vittima di una maledizione per aver rubato un prezioso sigillo a Zeniba.
Chihiro si offre di riportare a casa il figlio di Yubaba, chiedendo in cambio la libertà per i suoi genitori. Ha inoltre intenzione di riportare a Zeniba il suo sigillo, implorandola di dare ad Haku un antidoto.
Riuscirà questa tenace bambina, ormai divenuta una giovane ragazza intraprendente e coraggiosa, nella sua impresa?
Per saperlo, vi consiglio di guardare questo splendido film d'animazione, in cui Miyazaki racconta con delicatezza il momento in cui i figli si rendono indipendenti dai genitori e che, a volte, sono i figli a doversi prendere cura di loro.

martedì 29 ottobre 2019

JOKER


di Todd Phillips
2019
[contiene spoiler]

Se non daranno l'Oscar a Joaquin Phoenix mi arrabbierò. E molto. La sua interpretazione in Joker è a dir poco magnifica e struggente.
Al di là del legame che il personaggio ha con il mondo dei fumetti e dei super-eroi – mondo che, personalmente, non mi ha mai attirato (ma, del resto, de gustibus non est disputandum) – questo film rappresenta un capitolo a sé che chiunque può guardare anche senza saper nulla riguardo Batman e compagnia bella.
Lo scopo del regista è di raccontare le origini di Joker, acerrimo nemico di Batman, eppure la storia della trasformazione di Arthur Fleck da psicolabile emarginato a folle re del crimine di Gotham City è un racconto a sé stante, che narra di emarginazione sociale, degrado urbano e violenza.
Già dall'inizio si percepiscono tensione e angoscia attorno al protagonista, un aspirante cabarettista fallito di Gotham (oscura metropoli che rappresenta la versione più torva dei bassifondi di New York) con disturbi mentali che ripiega sul lavoro di clown per sopravvivere.
Immediatamente arriva la prima scena di violenza selvaggia, con il pestaggio di Arthur, da parte di alcuni teppisti, degno dei Drughi di Arancia Meccanica (1971, Stanley Kubrick).
La violenza sembra essere l'unico linguaggio per comunicare il malessere delle fasce più povere della popolazione di Gotham, in cui ferve la campagna elettorale per l'elezione del nuovo sindaco.
Il candidato favorito è Thomas Wayne (padre del piccolo Bruce, futuro Batman), ricco e sprezzante uomo d'affari presso cui in passato lavorò a servizio la madre di Arthur, Penny.
La donna, che vive insieme al figlio in uno squallido appartamento il cui focolare è la tv perennemente accesa, scrive continuamente lettere a Thomas Wayne, chiedendogli un aiuto economico e vive ingenuamente nell'illusione che un giorno le risponderà.
L'unico che si prende cura della madre in modo amorevole è Arthur che, tra un incontro con lo strizzacervelli e squallide esibizioni da clown che non fanno ridere nessuno, condivide con lei la passione per lo show televisivo condotto da Murray Franklin. L'aspirazione di Arthur è diventare un grande comico come Franklin. Arthur ancora non lo sa ma, ben presto, diventerà molto più famoso di lui proprio grazie al suo programma.
La misera vita di Arthur non potrebbe andare peggio, dopo che sono stati annunciati tagli ai servizi sociali e dovrà quindi rinunciare alla sua terapia e ai farmaci.
Ma il peggio arriva con il licenziamento: viene infatti scoperto con una pistola durante un'esibizione per piccoli pazienti in ospedale e il suo capo lo caccia. Di ritorno a casa sulla metro, Arthur viene bullizzato da tre ragazzi in giacca e cravatta (una vera e propria reincarnazione dei Drughi di Kubrick, a mio avviso) che lo pestano selvaggiamente. Ma, all'improvviso, bang!
Arthur spara senza pietà ai tre damerini e fugge, con il volto ancora dipinto da pagliaccio per l'esibizione in ospedale. La polizia diffonde l'identikit del misterioso assassino con il volto di clown che, forte del fatto che i tre assassinati lavoravano per Wayne, diventa subito il simbolo della lotta contro il candidato sindaco da parte dei poveri di Gotham. L'assassino viene osannato come eroe dai manifestanti, che indossano maschere da clown durante le sommosse.
Dopo il triplice omicidio, Arthur guadagna fiducia in se stesso e la vita, finalmente, gli sorride: esce con Sophie, ragazza-madre che abita nel suo palazzo, si esibisce in un numero di cabaret in un locale e il suo idolo, Murray Franklin, lo invita a partecipare al suo show in tv.
Tuttavia, la situazione precipita nuovamente quando Arthur, per caso, legge una delle lettere che la madre scrive a Wayne. Apprende che Wayne è il suo vero padre e decide che è giunto il momento di riscuotere quanto gli spetta per essere il figlio del candidato sindaco di Gotham.
Arthur riesce a incontrare l'uomo e a spiegargli chi è, tuttavia il suo entusiasmo viene raggelato con le inaspettate rivelazioni di Wyane: Penny aveva disturbi mentali e adottò Arthur nella speranza di farlo passare per figlio illegittimo di Wayne e avere un tornaconto economico. Ma non è tutto: indagando sul passato della madre, Arthur scopre che fu internata in manicomio e, in seguito, permise al suo fidanzato di abusare di lui. Chi non sarebbe sconvolto dopo aver appreso questo sulla propria madre?
Eppure, il regista riesce a insinuare un dubbio sulla veridicità dei fatti: e se Arthur fosse veramente il figlio illegittimo di Wayne e Penny fosse stata internata per insabbiare l'accaduto? Se così fosse, Joker e Batman sarebbero fratellastri, uno cresciuto nell'agio e l'altro nella povertà.
Potrebbe essere, a mio avviso, un'ipotesi plausibile, dato che a un certo punto la realtà e la fantasia si confondono: scopriamo che Arthur non ha mai avuto nessuna relazione con Sophie e quindi, come facciamo a essere sicuri che tutto quello che abbiamo visto fin'ora sia realmente accaduto e non sia frutto dei desideri e della mente folle di Arthur?
Quello che è certo è che Arthur crede alla versione di Wayne e decide di mettere in atto un folle piano da cui nessuno dovrà uscirne vivo.
Da insicuro clown, Arthur si trasforma in Joker, spavaldo omicida dai capelli verdi in completo rosso che gira per le strade in subbuglio di Gotham, inseguito da poliziotti inetti che se lo lasciano sfuggire.
La sua trasformazione è straordinaria, e non mi riferisco solo all'aspetto esteriore: il camaleontismo dell'espressività di Joaquin Phoenix è da Oscar!
Joker è ormai diretto verso la meta finale, gli studi televisivi dello show di Franklin, il quale è ignaro che la sua fine è vicina.
Dopo aver messo in scena un omicidio in diretta, per la gioia dello share, Joker viene eletto a idolo delle folle in rivolta e osannato come capo assoluto di Gotham.
Fuggito dal manicomio in cui tentanto di internarlo, inizia così la leggenda del Joker che tutti conosciamo.
Eppure, non si dissolve il dubbio che possa essere tutto frutto della mente distorta di Arthur.
Possibile che Murray lo abbia veramente invitato al suo show? Ha davvero avuto il coraggio di sparare ai tre damerini nella metro? La folla lo ha aiutato a fuggire dalla polizia, osannandolo come una divinità eretta sul cofano della volante distrutta da alcuni manifestanti mascherati?
L'ipotesi è avvalorata dalla scena finale, quando un'assistente sociale del manicomio gli chiede di raccontale la barzelletta che lo fa tanto ridere e lui le risponde che non la capirebbe. A questa parole si alternano le immagini dell'omicidio di Wayne e della moglie in un vicolo a opera di un manifestante mascherato da Joker, sotto gli occhi del piccolo Bruce. Subentra poi la voce soave di Frank Sinatra che canta That's Life accompagnando i passi che lasciano impronte insanguinate di Joker che corre tentando la fuga dal manicomio.
Siamo sicuri che “il” Joker sia effettivamente Arthur Fleck?

giovedì 29 agosto 2019

IL TALENTO DI MR RIPLEY


di Patricia Highsmith
1955

Patricia Highsmith, con questo romanzo, è riuscita a creare un personaggio immortale, quasi un prototipo del geniale imbroglione. Tom Ripley è timido ma scaltro, bugiardo, anonimo tanto da passare sempre inosservato, non spicca ma sa farsi valere e quando vuole qualcosa la ottiene, non importa come. Il suo cinismo lo porterà dall'essere un piccolo truffatore a ricco uomo di mondo.
Tom è un giovane newyorkese che vive modestamente, senza un impiego fisso. Piuttosto che lavorare come qualsiasi comune mortale, si ingegna per vivere di rendita grazie a piccole ma numerose truffe agli uffici statali e alle banche.
La sua vita è ben lungi dall'essere tranquilla: è costantemente paranoico, terrorizzato di essere seguito da qualche truffato o dalla polizia. È per questo motivo che accetta volentieri l'incarico di Herbert Greenleaf, un ricco uomo d'affari, il cui figlio, Dickie, se la sta spassando in Italia tra vita mondana, aperitivi e gite in barca, senza avere intenzione di rientrare in America per lavorare nell'azienda di famiglia.
Greenleaf, convinto da Tom che questi sia un caro amico del college di Dickie, gli offre un compenso e un viaggio spesato nel Bel Paese per convincere il figlio a ritornare a casa.
Ripley raggiunge così Mongibello, un paesino di invenzione della scrittrice e che si trova in provincia di Napoli. Attraverso una serie di bugie e sotterfugi, Tom si approccia a Dickie e alla sua fidanzata Marge, facendogli intendere di avere frequentato le stesse scuole e la stessa cerchia di amici a New York. Tom non lascia nulla al caso: si è documentato in modo accurato su luoghi e persone e ha pianificato ogni battuta del copione che recita con Dickie.
Dopo aver conquistato la fiducia del giovane rampollo, Tom si ambienta a Mongibello e si abitua allo stile di vita italiano, passando le giornate in ozio tra bagni di sole, aperitivi e gite in barca.
Il rapporto tra Tom e Dickie si fa sempre più stretto, tanto che Tom inizia morbosamente a desiderare di essere Dickie. Chi non accetta l'invasione di Tom, che nel frattempo si è stabilito nella casa di Dickie, è invece Marge, che nutre nei suoi confronti sospetto e gelosia.
I due ragazzi trascorrono infatti sempre più tempo insieme, passando anche alcune notti fuori Mongibello. Tom, ben lontano dal riportare a casa Dickie, è intenzionato a sfruttare al massimo i soldi del giovane ricco e del signor Greenleaf.
La preoccupazione di Marge per la pessima influenza di Tom su Dickie accresce sempre più, fino a trasformarsi in vera e propria disperazione quando Tom fa ritorno da una gita a Sanremo senza Dickie. Ripley spiega alla ragazza che il fidanzato ha deciso di fermarsi a Roma e che ha bisogno di stare da solo.
Menzogna dopo menzogna, Tom Ripley costruisce una storia per giustificare l'assenza di Dickie e coprire le tracce del misfatto compiuto per sbarazzarsi dell'amico. Quello che rimane di Dickie sono due anelli che portava sempre e che, da adesso, sono indossati da Tom.
Ecco che inizia così la seconda parte del romanzo, ambientata prima a Roma e poi a Venezia.
Tom, grazie alla rendita che incassa al posto di Dickie, prende casa in uno splendido palazzo nella capitale e inizia a vivere l'esistenza che ha sempre sognato: una vita solitaria fatta di mostre d'arte, passeggiate tra i monumenti, ristoranti e serate passate a suonare il pianoforte.
C'è qualcosa di inquietante in Tom, poiché non solo si sostituisce a Dickie, ma ne assimila anche i modi di fare, la parlata e la postura, oltre che a indossare i suoi vestiti.
Nonostante la ricchezza raggiunta, la paranoia prende nuovamente il sopravvento su Tom. A quanto pare, per i giovani rampolli amici di Dickie l'Italia è il must per passare le vacanze e sperperare i soldi dei genitori. Sembra che tutti loro siano alla ricerca di Dickie, che non si è presentato ad alcuni eventi mondani per lui irrinunciabili, come l'annuale raduno per sciare a Cortina.
Un giorno, alla porta di Tom/Dickie si presenta Freddie Miles, che ha scovato l'indirizzo dove l'amico alloggia a Roma. Per Tom diventa complicato tenere a bada Freddie, che non crede alla storia inventata dal ragazzo per giustificare l'assenza dell'amico. La situazione si complica ulteriormente con l'arrivo sia di Marge, intenzionata ad avere da Dickie delle spiegazioni sulla loro rottura, che della polizia che sta indagando sul ritrovamento di una barca con tracce di sangue rinvenuta a Sanremo.
Tom si sente in trappola: deve fingere con Freddie e Marge per coprire l'assenza di Dickie e, al contempo, recitare la parte di Dickie con la polizia, che lo crede coinvolto nell'omicidio di Tom.
Le abilità istrioniche di Tom/Dickie si sviluppano in un crescendo di suspense che coinvolge il lettore, travolgendolo nelle imprese di Ripley al limite del possibile per non essere smascherato.
Sebbene sia un personaggio con valenza negativa, è spontaneo tifare per Tom Ripley, il quale suscita soprattutto empatia per il modo in cui si cruccia nella sua aspirazione di voler far parte di un mondo snob ed elitario, le cui persone però intuiscono le sue umili origini e le sue mire, non accettandolo così del tutto.
Eppure Tom si ostina nel suo obiettivo, arrivando a compiere omicidi e raggiri, che lo porteranno a rifugiarsi a Venezia. Marge, altrettanto caparbia e sfiduciata dal lavoro della polizia, gli resterà alle costole, coinvolgendo nelle ricerche il padre di Dickie e un investigatore privato. Riuscirà Ripley a farcela anche questa volta?
Questo thriller psicologico si legge tutto d'un fiato, nonostante il ritratto dell'Italia che ne emerge sia poco edificante e stereotipato. La trama è ben congegnata e le azioni si sviluppano in un crescendo incalzante.
Il successo del personaggio letterario di Ripley è stato tale che Patricia Highsmith ha scritto altri quattro romanzi incentrati su di lui: Il sepolto vivo (1970), L'amico americano (1974), Il ragazzo di Tom Ripley (1980) e Ripley sott'acqua (1991). Anche le numerose trasposizioni cinematografiche hanno contribuito a rendere famoso sia il protagonista che la scrittrice, già molto amata dal regista Alfred Hitchcock che traspose il suo primo romanzo, Sconosciuti in treno (1950), nel film L'altro uomo (1951).






mercoledì 29 maggio 2019

IL RICHIAMO DELLA FORESTA



di Jack London
1903

Sono sempre più convinta che frequentare un gruppo di lettura sia estremamente stimolante.
È vero, comodini e scaffali di casa sono già invasi da cataste di libri in attesa di essere letti, ma una volta al mese è anche interessante uscire dai propri schemi e preferenze di genere, per dedicarsi a quei piccoli ma grandi tesori che la letteratura – soprattutto del passato – ci ha regalato e che magari ancora non abbiamo scoperto.
E così, puoi scoprire che un romanzo tanto noto, quanto personalmente ignorato, è bellissimo e ti maledici un po' per non averlo letto prima.
Sto parlando de Il richiamo della foresta di Jack London.
Il romanzo narra delle vicende e della sorprendente trasformazione di Buck, giovane esemplare di incrocio tra San Bernardo e Pastore Scozzese, che assomiglia a un gigantesco lupo. Buck vive nell'assolata California, nella fattoria del giudice Miller. Tra tutti i cani che vi abitano, Buck è il preferito e si muove indisturbato in ogni angolo della magione, scorrazzando libero, ma consapevole di avere un rifugio, coccole e un pasto caldo che lo aspettano ogni giorno.
Siamo nel 1897 e impazza la corsa all'oro nel Klondike, una remota e inospitale regione del Canada Nord Occidentale in cui gente da ogni parte del mondo si riversa per conquistarsi l'agognato metallo prezioso. Indispensabile per ogni cercatore d'oro è avere una muta di cani da slitta, unico mezzo all'epoca disponibile per percorrere le distese di ghiacciai.
Il giardiniere del giudice Miller rapisce Buck e lo vende a un trafficante di cani che, a sua volta, lo rivende a un temibile addestratore, ribattezzato “l'uomo dal maglione rosso”. Buck è costretto a subire ogni tipo di maltrattamento e violenza, ma la sua tempra gli permette di resistere alle angherie e di mostrare tutta la sua forza.
Non solo il rapporto con gli umani è terribile. Non vi è pace nemmeno tra il gruppo di cani da slitta cui Buck entra a far parte durante l'addestramento: il più forte sopravvive, il più debole muore. Il duro addestramento deve preparare la muta a resistere alle condizioni di vita più estreme.
Buck riesce ad affermarsi nel branco e a diventare il cane in testa alla slitta, un posto riservato solo al più forte.
Dopo essere passato per diversi padroni in cerca di oro, Buck passa a John Thornton, anch'egli in cerca di fortuna ma, diversamente da tutti gli uomini incontrati fino a ora, con un lato umano. Tra il cane e Thornton si instaura da subito un legame fortissimo di lealtà e affetto, tanto che Buck salverà la vita al padrone in diverse occasioni, dimostrandosi fedele e pronto a sacrificarsi.
In viaggio verso una miniera d'oro abbandonata, Buck sembra avere finalmente trovato il giusto equilibrio: una vita all'aria aperta, a contatto con la natura, ma al fianco di un padrone che lo ama e dal quale far sempre ritorno a fine giornata.
In realtà, qualcosa si muove in Buck: l'attuale condizione non è un punto di arrivo, ma uno snodo verso un'ulteriore evoluzione. Buck, a contatto con la foresta che ogni giorno esplora sempre più a fondo, inizia a sentire un richiamo, dapprima lontano e indistinto, che si fa velocemente più chiaro e nitido.
Il cane capisce che è inevitabilmente attratto dagli spazi più reconditi e oscuri della macchia verde, nella quale si spinge sempre più a fondo, allontanandosi per giorni interi dall'accampamento di Thornton. Qui, l'istinto primordiale di Buck si amplifica fino all'apice con l'uccisione di un gigantesco alce.
Di ritorno all'accampamento, Buck scopre che il padrone è stato brutalmente ucciso dai nativi americani. Ecco il punto di rottura con qualsiasi legame con l'uomo: accecato dalla sete di vendetta, Buck stanerà gli assassini di Thornton e scaglierà contro di loro tutta la sua furia omicida, fuggendo poi nella foresta.
Inizia così la leggenda del temibile lupo che domina la vallata, imbattibile e libero.
Appena terminata la lettura, ho provato dispiacere per il destino di Buck, privato dell'amore di Thornton e di una vita in perfetto equilibrio, tra natura e addomesticamento. Poi però, dopo averne ampiamente discusso con il gruppo di lettura, ci ho ripensato: il finale è quello giusto per il protagonista. L'istinto primordiale stimolato dalla foresta va assecondato, poiché risiede nella natura stessa di Buck e non deve essere represso.
Tolto dal suo contesto nativo di agio e comodità dal giudice Miller e trovatosi nella natura più selvaggia ed estrema, Buck si è abilmente – e non senza difficoltà – adattato alle circostanze, dimostrando il suo valore, consapevole che non si può tornare indietro e riavere la vita di prima alla fattoria. E di questo, deve esserne consapevole, seppure a malincuore, anche il lettore.

domenica 5 maggio 2019

MORTO CHE CAMMINA



di Irvine Welsh
2018

Uno dei miei romanzi preferiti in assoluto è Trainspotting (1993), che considero la mia personale pietra miliare che ha infuso in me l'amore per la lettura (trovate qui la recensione).
Negli anni Welsh ha scritto diversi libri in cui, in modo più o meno diretto, ha sviluppato le avventure e disavventure dei quattro ragazzi scozzesi (Mark Renton, Sick Boy, Frank Begbie e Spud) protagonisti di Trainspotting.
Eppure, nessuno di questi sequel mi ha colpita come Morto che cammina, in cui troviamo il quartetto, ormai cresciuto, che supera i cinquant'anni all'anagrafe (ma non nella testa). Qui si ritrovano nella loro purezza originaria i protagonisti, ai quali l'autore dà voce a capitoli alterni, così da entrare in sintonia con i loro pensieri.
Lo stile di Welsh non conosce rivali: pungente, ironico, spassoso, a tratti commovente e nostalgico. Potrei continuare all'infinito per descrivere il romanzo che, a mio avviso, è il degno sequel di Trainspotting.
Tutto ciò si trova concentrato in quella che è per me la scena epica del romanzo: il pallido Spud è sdraiato su un tavolo operatorio improvvisato in un capannone fatiscente e abbandonato di Berlino e Sick Boy sta guardando un video di You Tube su come eseguire un intervento chirurgico, mentre Renton gli viene in soccorso portandogli una batteria per tenere acceso il computer mezzo scarico.
Cosa ci fanno i tre vecchi soci in questa situazione paradossale e, a tratti, demenziale?
Alla fine di Trainspotting, avevamo lasciato i quattro tossici di Leith divisi e inimicati da un affare di soldi, con Renton in fuga col bottino da un furioso Begbie.
Ebbene, dopo molti anni, su un volo di lusso intercontinentale un indaffarato Renton incontrerà un abbronzatissimo e rilassato Begbie. Sembrano lontanissimi i tempi in cui il primo provava qualsiasi tipo di droga nei posti più fatiscenti di Edimburgo e il secondo accoltellava chiunque osasse guardarlo negli occhi.
Renton è diventato proprietario di un'agenzia di dj di fama internazionale e si divide tra l'Olanda e l'America, affrontando il jet lag e i capricci dei suoi clienti a colpi di sniffate.
L'unico veramente maturato pare essere Begbie che, da rissoso psicopatico, si è trasformato in acclamato e straricco artista, ammogliato a una super bionda californiana, con la quale si è stabilito nell'assolata Californiana, con tanto di prole. Welsh ha già avuto modo di approfondire l'incredibile trasformazione di Frank – che ora si fa chiamare Jim Francis – dedicandogli il romanzo L'artista del coltello (2016).
Nel frattempo, in quel di Edimburgo, ritroviamo l'incorreggibile Sick Boy, tornato in città per le feste natalizie. Il cinico Simon Williamson non se la passa male: come sempre amante del gentil sesso, è ora proprietario di un'agenzia di escort e vive a Londra, dove frequenta i posti più esclusivi. Gli basterà tornare a casa dalla famiglia per creare scompiglio e rovinare in un attimo il matrimonio di sua sorella.
Lo scherzo che gioca al cognato innescherà una serie di conseguenze che coinvolgeranno i tipi più loschi di Leith e porteranno il povero Spud – ormai ridottosi a tossico mendicante – con le budella al vento in quel di Berlino.
Nonostante i quattro conducano ormai vite completamente diverse e a chilometri di distanza, la cara vecchia Edimburgo li attira a sé e li risucchia, restituendoli trasformati e con il vecchio incomprensibile accento. Insomma, il marchio dei bassifondi di Leith è indelebile.
Leggendo il romanzo ci si chiede se sia veramente tutto come sembra, e non si può essere esenti dal fare continui paragoni tra i protagonisti così come sono adesso e come ce li ricordavamo in Trainspotting. Bisogna arrivare alla fine di Morto che cammina per capire quale dei quattro storici amici-nemici è davvero cambiato e chi, invece, è rimasto lo stesso.
Il romanzo è ricco di colpi di scena e gli intrecci delle vicende sono ben congeniati. La storia è un concentrato di emozioni: a tratti fa ridere, mentre altrove fa provare nostalgia dei vecchi tempi, oppure fa arrabbiare per gli stessi errori in cui i protagonisti ricascano come ai tempi di Trainspotting.
Il finale aperto mi lascia sperare che un giorno Irvine Welsh possa scrivere ancora dei quattro ragazzacci di Leith. Incrocio le dita!



venerdì 1 febbraio 2019

LA MACCHIA UMANA







di Philip Roth
2000

Da tempo speravo di avere l'occasione per leggere finalmente un romanzo di Roth. Sommersa dai libri sugli scaffali della mia libreria e che aspettano di essere letti, insieme a quelli segnati sulla mia “lista dei desideri”, avevo momentaneamente accantonato la speranza.
Ma ecco che La macchia umana mi arriva tra le mani direttamente dal gruppo di lettura che seguo nella biblioteca della mia città. Vi assicuro che quando a ogni incontro viene svelato il romanzo per la volta successiva è sempre una festa, ma se capitano un autore o un'opera sulla famosa “lista” la gioia è ancora maggiore.
Philip Roth è riconosciuto come uno dei maggiori scrittori contemporanei, un acuto indagatore della realtà umana, nonché grande critico della società americana. Ne La macchia umana Roth concentra la sua vena accusatoria, realizzando un romanzo-bomba pronto a esplodere. La storia del protagonista, Coleman Silk, mostra i limiti del genere umano e le fragilità di un popolo falsamente perbenista.
Non a caso, infatti, le vicende sono ambientate nel 1998, anno del Sexgate, lo scandalo sessuale che travolse l'allora presidente Clinton e la giovane stagista della Casa Bianca, Monica Lewinsky.
Il vecchio Silk è una personalità di spicco nel mondo accademico di Athena, cittadina del New England, nella quale è preside di facoltà presso la locale università e in cui vive con la moglie. L'uomo è un forte punto di riferimento per studenti e colleghi, eppure si rende colpevole di un involontario atto che si trasforma subito in accusa di razzismo. A fomentare l'accaduto interviene la giovane collega, Delphine Roux, che ne approfitta per montare un caso senza precedenti e che obbligherà Coleman ad abbandonare l'insegnamento. Come se non bastasse, poco tempo dopo, sua moglie muore.
Coleman, deciso a riabilitare la propria reputazione, chiede aiuto a uno scrittore, Nathan Zuckerman (al quale è affidata la narrazione) per scrivere un libro in cui raccontare la sua verità. Coleman infatti nasconde da sempre un grosso segreto, che riguarda il suo retaggio e che lo scagionerebbe da ogni accusa di razzismo.
Tra Nathan e Coleman inizia a instaurarsi un rapporto di amicizia, eppure l'anziano preside non riesce a darsi pace per la morte della moglie e le false accuse. Egli tenta di alleviare la sofferenza cercando conforto tra le braccia di Faunia, una ragazza analfabeta che è addetta alle pulizie all'università e con gravi trascorsi di violenze domestiche e sessuali, perpetrate prima dal patrigno e poi dall'ex marito, Les Farley.
Con lui Faunia aveva creato una famiglia, distrutta poi tragicamente in un incendio. Les, uomo violento e reduce del Vietnam, non ha mai perdonato la moglie, incolpandola della morte dei loro figli.
Non tutti sembrano d'accordo sulla relazione tra Coleman e Faunia. Delphine Roux, che non condivide la grande differenza di età tra i due amanti e la loro diversa estrazione sociale, ne è disgustata ed è decisa a punire, in nome di chissà quale distorto principio femminista, l'ex preside. Anche Les Farley, sofferente di disturbi post traumatici da guerra, è deciso a convogliare tutta la sua folle rabbia sulla coppia, fino al tragico epilogo.
In realtà, quasi da metà romanzo si può intuire quale sorte toccherà a Coleman, eppure la costruzione dell'intreccio eseguita da Roth è magistrale: semina nel testo indizi e rivelazioni senza darne subito una spiegazione; avendo già intuito cosa accadrà, il lettore diventa così avido e, pagina dopo pagina in un climax di tensione, vuole arrivare al fatto compiuto e saperne i dettagli.
La costruzione dei personaggi è molto articolata e l'autore analizza l'animo di ciascuno di essi, ricostruendone le vicende personali del passato che li hanno resi ciò che sono. Si può così affermare che, sebbene il protagonista sia Coleman Silk, a più riprese nei vari capitoli, lo sono anche un po' tutti gli altri personaggi.
Attraverso di loro, Philip Roth realizza un quadro chiaro e realistico della società americana, sgonfiando il mitico “sogno americano”, per svelare una realtà fatta di razzismo, ipocrisia, solitudine, conformismo, arrivismo accademico e strascichi psichici dei soldati lasciati dalle “gloriose” guerre combattute per portate la democrazia. In sintesi, il falso moralismo, quello dell'America in cui “si fa ma non si dice” (e stupido Clinton a essersi fatto beccare, doveva stare più attento).
Come spiega Faunia – che non è sciocca come tutti credono – la macchia umana è insita in ciascuno di noi, è qualcosa che ci contagia stando a contatto con i nostri simili e che trasmettiamo al prossimo. La macchia si propaga e contamina la natura e la bellezza primitiva del mondo, finché esse saranno distrutte completamente.
Consiglio vivamente la lettura di questo romanzo. Pagina dopo pagina si impara a conoscere a fondo ogni personaggio, anche se permane il dubbio su chi di loro si possa salvare veramente.

venerdì 2 novembre 2018

IL FAVOLOSO MONDO DI AMÉLIE




di Jean-Pierre Jeuneut
2001

Il favoloso mondo di Amélie, insieme a Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004) di Michel Gondry, è uno dei miei film preferiti che tratta il tema dell'amore. Sia chiaro, però, non l'amore come storia fiabesca con lieto fine.
In questi film – così come nella mia testa – l'amore autentico è quello in cui si è consapevoli dei limiti e dei difetti reciproci, e si cerca di migliorarsi per vivere bene con se stessi e il proprio compagno. L'amore è anche essere grati al proprio partner, perché accetta le nostre paure, le nostre stranezze che, viste da altri, possono essere incomprensibili.
L'amore è un codice segreto che corre tra sguardi complici che si trovano d'accordo sui dettagli della vita quotidiana. Amore è anche rispettare le diversità e le passioni dell'altro, lasciarsi spazio per poi ritrovarsi e raccontarsi, entusiasti, quello che si è fatto.
È questo l'amore che troverà Amélie, la protagonista del film di Jeuneut. Ovviamente, l'amore non si fa trovare in modo immediato, ma ci guida con indizi che semina nel tempo lungo la nostra vita e che, apparentemente, non sono collegati tra loro. Ad esempio, il fattore di svolta nella vita di Amélie, è la morte di Lady Diana alla fine dell'agosto del 1997.
Le giovane passa la maggior parte del tempo sul posto di lavoro, al “Café de deux moulins” nel quartiere parigino di Montmartre. Il bar (che esiste realmente nei pressi del Moulin Rouge ed era prossimo al fallimento, prima del rilancio grazie alla fama ottenuta con il film) è un crocevia di personaggi strampalati e grotteschi, che rappresentano la moltitudine del genere umano.
Al di fuori del lavoro, la vita di Amélie è blandamente scandita dalle visite domenicali all'anziano e silenzioso padre e dalle giornate passate in casa in solitaria.
Un giorno di fine estate, Amélie trova casualmente nel suo appartamento – dopo aver sentito la notizia della morte della principessa del Galles – una vecchia scatola contenente i ricordi d'infanzia di qualcuno. La ragazza decide di trovare lo sconosciuto, ingegnandosi per risalire ai precedenti abitanti della casa e a capire chi sia il proprietario della scatola.
Dopo aver riconsegnato l'oggetto al legittimo destinatario, Amélie si accorge che questa esperienza le ha permesso di uscire dal suo guscio di solitudine e di conoscere gente nuova. Capisce inoltre che si può rendere felice chiunque con piccoli doni o gesti. Cogliendo la gioia nelle piccole cose, la ragazza da insicura sognatrice diventa determinata e socievole.
E, dopo aver aiutato molti conoscenti, tocca ad Amélie ricevere la sua dose di felicità. Il destino la conduce, attraverso il ritrovamento di un enigmatico album che contiene pezzi di foto di sconosciuti, a un ragazzo che lavora in un sexy shop. La ragazza, libera da ogni pregiudizio, scoprirà che la realtà non è come appare e che la felicità si fa trovare solo se si è disposti a mettersi in gioco.
L'atmosfera che circonda le scene della storia è sognante e ricca di rimandi caldi e avvolgenti, come le sonnacchiose serate di fine estate che fanno desiderare l'arrivo dell'autunno. Le musiche leggiadre del compositore Yann Tiersen sono la cornice sonora ideale che completa l'aura onirica del film.
Il favoloso mondo di Amélie è un inno alla gioia di vivere, allo stupore che si prova dinnanzi ai dettagli, alla serenità come mantra di vita, in risposta alle persona negative che, troppo spesso, ci circondano. Sorridere, sorridere e, ancora sorridere.
Vi auguro di trovare sempre meno persone tristi e sempre più persone che vi facciano stare bene. E, chissà, magari tra queste ci sarà anche l'amore vero, che sbuca all'improvviso dietro l'angolo.

Dedicato a M.,
che mi fa sorridere e ridere ogni giorno.

lunedì 2 luglio 2018

LADY BIRD



di Greta Gerwig
2017

Vedere questo film mi ha fatto ripensare alla mia adolescenza...e mi ha fatto tirare un respiro di sollievo per averla superata ed esserne ormai “fuori”. Certo, adesso sono nell'infausta fase quando-ti-sposi?/ quando-farai-un- figlio?/tic-tac-il-tempo-passa-e-non-sei-più-giovane, ma questa è un'altra storia.
Lady Bird – pluricandidato agli Oscar per migliore attrice protagonista (Saroise Ronan), miglior film, migliore attrice non protagonista (Laurie Metcalf), miglior sceneggiatura e miglior regista – mostra in maniera disillusa e sincera la delicata fase di passaggio dall'ultimo anno di liceo all'università della protagonista, Christine MacPherson, per tutti “Lady Bird”.
In America, è noto, l'ultimo anno di scuola costituisce un momento di forte stress, soprattutto per gli studenti che ambiscono a entrare nelle più prestigiose università: si deve avere un'ottima media, si devono avere molti crediti extra e si devono compilare i moduli di ammissione (sperando anche in una borsa di studio o un prestito), restando poi in ansia per mesi, prima di ricevere le tanto agognate lettere con il responso.
Se, oltre a ciò, si aggiungono anche le prime deludenti esperienze amorose, il timore di “fare da tappezzeria” al ballo di fine anno, gli scontri con i professori e una famiglia ben lontana da quella del perfetto prototipo americano, ecco che Lady Bird sembra la tipica adolescente americana ribelle e desiderosa di libertà.
La ragazza non è nemmeno perfetta: ha una media scolastica nella norma, ha pochissimi amici (anzi, una sola confidente), scruta con curiosità i compagni popolari e cerca di affermare la sua personalità stravagante imponendo a tutti il suo soprannome “Lady Bird”, che deriva dalla sua passione per i costumi con la testa a forma di pennuto.
Anche la sua famiglia non è eccelsa: la madre Marion ha un rapporto conflittuale con la figlia e non fa altro che riversare i problemi economici su Lady Bird, cercando di disilluderla sulla sua ambizione di studiare a New York; il padre Larry, disoccupato e depresso, si vede soffiare un'offerta lavorativa dal figlio Miguel, un ragazzo adottato dai MacPherson e con il quale Lady Bird litiga spesso.
Eppure, Lady Bird non è anonima e omologata come i suoi coetanei: nella sua originalità è ambiziosa, decisa, cinica quanto basta, ironica e mossa dalla voglia di evadere da Sacramento (California) per andare a New York e lasciarsi alle spalle la scuola cattolica che le è stata imposta dai genitori.
Greta Gerwig ci propone un'antieroina che è lungi dall'essere legata agli stereotipi hollywoodiani. Il film rispecchia perfettamente la sua protagonista: senza fronzoli, consapevole e privo di sentimentalismi melensi.
Si cresce e si matura, ma nuove sfide ti faranno sentire impreparato. I conflitti con i familiari possono affievolirsi, ma non potrai cambiare il carattere delle persone. Ci si può migliorare, ma la perfezione non esiste. Si possono raggiungere i propri obiettivi, ma con fatica e impegno. Coltivare i propri sogni è lecito, ma bisogna scontrarsi con i problemi della quotidianità.
Tutto questo vale per Lady Bird e gli adolescenti in generale, ma anche per i genitori e gli adulti.
Lady Bird ricorda allo spettatore che siamo stati tutti adolescenti con la voglia di fare e disfare, scappare lontano da casa, verso la libertà e che ognuno, in fondo, ha sempre pensato di non voler diventare, da grande, uguale ai propri genitori.
Un film che, nella sua semplicità, induce a una profonda riflessione sull'influenza che ha su ognuno di noi il carattere dei genitori.

giovedì 5 aprile 2018

RABBIA A NEW ORLEANS


di James Lee Burke
1994

Se amate quella che io definisco “americanitudine” – ovvero, qualsiasi cosa in stile americano che vi faccia sognare un viaggio negli States – Rabbia a New Orleans è il romanzo che fa per voi.
Uno dei miei desideri è quello di fare un viaggio in quella che nella mia testa è l'America più tradizionale e dai paesaggi mozzafiato che si vede nei film e si legge nei libri. Se proprio devo sognare in grande, vorrei partire dal Tennessee e attraversare gli Stati dell'Alabama, del Mississippi e della Louisiana, fino al Texas.
Nel frattempo, mi accontento di immaginare New Orleans e Baton Rouge leggendo le pagine di James Lee Burke. Lo scrittore texano è un maestro dei generi thriller e poliziesco e la sua notorietà letteraria ebbe inizio negli anni Ottanta grazie al personaggio dell'ispettore Dave Robicheaux, attorno al quale ha scritto ben ventuno romanzi (e qui esulto perché questo significa avere a disposizione molti libri della serie da leggere!).
Il successo di Robicheaux è talmente eclatante che sul sito ufficiale di Lee Burke è presente una sezione di merchandising di magliette, cappellini e oggettistica varia dedicata a questo personaggio. E pensare che, agli inizi della sua carriera, molte case editrici avevano rifiutato le opere di Lee Burke.
In Rabbia a New Orleans (il settimo della saga Robicheaux) troviamo il protagonista che vive serenamente a Baton Rouge con la moglie Bootsie e la figlia Alafair e gestisce un negozio di attrezzature da pesca per turisti, insieme a Batist. Robicheaux – si deduce dai suoi ricordi – ha ormai superato il suo problema con l'alcol.
Circondato dall'affetto dei cari e dai magnifici paesaggi del bayou (ovvero l'insieme di paludi, canali e foreste di palme e cipressi che si snodano lungo il fiume Mississippi), pare che Robicheaux abbia una vita finalmente libera dalle ombre del suo passato di poliziotto. Pare, perché le torbide acque del Mississippi, fiume così caro a Dave Robicheaux, nascondono un mistero che risale alla Seconda Guerra Mondiale. Depositato sul fondo del fiume c'è infatti un sommergibile nazista, giunto fin lì dalla Germania di Hitler. Si scopre così che all'epoca i tedeschi riuscivano ad arrivare oltre oceano e, posizionandosi nel Golfo del Messico, bombardavano le navi e le petroliere americane provenienti dalla foce del Mississippi.
Uno dei pochi ad aver avvistato il sommergibile durante un'immersione fatta in gioventù è proprio Robicheax. Il reperto storico si sposta in continuazione spinto dalle maree del golfo e la difficoltà di rintracciarlo ne alimenta la leggenda.
L'ex poliziotto viene ingaggiato da un pezzo grosso di New Orleans per mettersi sulle tracce del sommergibile e Robicheaux accetta l'incarico. Tuttavia, se ne pentirà presto: senza esserne consapevole, calpesterà i piedi alle persone sbagliate. In un intrigo di personaggi poco raccomandabili, mafiosi, drogati, neonazisti e poliziotti corrotti che pullulano nei sobborghi della capitale del jazz, Dave Robicheax rischia di mettere a repentaglio non solo la sua vita, ma anche la salute mentale della moglie. Lo psicopatico nazista Buchalter gli dichiara guerra e farà di tutto per rendergli l'esistenza un incubo, importunando anche Bootsie. A tutto ciò si aggiungono anche misteriosi omicidi dei quali viene sospettato il fidato Batist.
Insomma, per Dave Robicheax è tempo di rimettersi in gioco e tornare a indagare: non solo dovrà scagionare l'amico e catturare il folle Buchalter, ma dovrà anche lottare con antichi tormenti per non sprofondare nelle vecchie abitudini.
James Lee Burke trascina il lettore in una storia coinvolgente, in cui ci si affeziona al protagonista e con il quale si condividono gli ambienti, gli odori, i colori e i suoni, grazie alla dovizia di particolari con cui i luoghi sono descritti. Insomma, si ha l'impressione di trovarsi sulla riva del Mississippi o per le strade chiassose di New Orleans.
E nel frattempo, sognando il mio viaggio in quei posti, continuerò sicuramente a leggere gli altri romanzi della saga di Robicheaux.